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Kyrgyzstan - La Via Ritrovata
Piergiorgio Pescali

Lungo i sentieri della più antica rotta di scambi commerciali e culturali tra Asia e Europa

-NOI KYRGYZI SIAMO UN POPOLO CHE VIVE DI MITI E LEGGENDE; OGNI VILLAGGIO, MONTAGNA, FIUME, LAGO PUÒ RACCONTARTI LA SUA EPOPEA.- SHEEREN, LA RAGAZZA CONOSCIUTA DURANTE UNA VISITA ALL'UNIVERSITÀ DEL KYRGYZSTAN, SI BEA AL SOLE SOTTO UNA DELLE POCHE STATUE DI LENIN SOPRAVVISSUTE ALL'UBRIACATURA LIBERISTA DEGLI ANNI POST-COMUNISMO IN URSS.
Lo sguardo bronzeo del padre della Rivoluzione d'Ottobre, continua a sfidare fiducioso il futuro, volgendosi verso i monti Ala-Too, le Montagne Colorate, che sovrastano Bishkek, capitale del Kyrgyzstan. Di fronte a lui, gli autobus carichi di passeggeri, procedono lentamente, mostrando sulle fiancate pubblicità di prodotti occidentali: Seven Up, pellicole Fuji, elettrodomestici Philips, automobili tedesche. E' qui, tra queste evidenti contraddizioni di una società ancora nostalgicamente aggrappata al passato ed al tempo stesso proiettata verso un domani alquanto incerto e precario, che inizio il mio viaggio lungo il tratto meno conosciuto e battuto della Via della Seta: quello che da Bishkek giunge fino alla leggendaria Tash Rabat, l'ultimo caravanserraglio a disposizione dei mercanti, prima di varcare le soglie del Celeste Impero e raggiungere la città di Kashgar.

La Via della Seta
La Via della Seta, che nell'immaginario collettivo viene vista come un'unica grande "autostrada", in realtà è un groviglio di sentieri che si intersecano, si allontanano, si uniscono, lungo 7.000 km.
Stalin ricordava che "la rivoluzione non si fa con i guanti di seta". Sbagliava. Per 17 secoli, lungo l'arco di 14 dinastie, la Via ha rappresentato la più importante fonte di comunicazione tra il mondo Orientale e quello Occidentale. Grazie a questa forma di primitiva globalizzazione, il buddismo ha varcato i formidabili contrafforti himalayani, per dilagare in Cina, Corea e Giappone, l'Islam è giunto in Asia Centrale, nuove culture sono sorte, altre sono deperite, calpestate da eserciti inarrestabili. Solo l'arrivo in America degli europei, nel XVI secolo, ha decretato il definitivo declino della Via della Seta: la necessità di solcare le infide acque dell'Oceano, ha dato un impulso alla navigazione e i mercanti europei si sono accorti che, con le nuove navi, si risparmiava tempo e fatica, il viaggio era più sicuro e la quantità di merce trasportabile, maggiore.
Ma il fascino emanato dalla Via, è resistito. Viaggiatori, scrittori, turisti più o meno preparati, han continuato a percorrerne suoi segmenti o l'intero tragitto. La Rivoluzione del 1917, prima e quella iraniana del 1979, poi, hanno interrotto questo via vai di stranieri, concedendo solo l'apertura di qualche limitata porzione, piccoli assaggi di un tragitto che riserva emozioni a non finire.
Il tratto kyrgyzo, quello che mi accingo a coprire, è stato completamente chiuso durante il periodo sovietico a causa della delicata posizione geografica, a ridosso del confine cinese, in cui si veniva a trovare. Solo verso la metà degli anni Novanta, dopo l'indipendenza del Kyrgyzstan, il nuovo governo (formato dalle vecchie autorità sovietiche riuscite abilmente a riciclarsi), ha, piano piano, riaperto la via al turismo di massa e individuale. Questa nuova politica ha, inoltre, permesso la fioritura di piccole e discrete Bed & Breakfast a Bishkek che, con 15-20 $ a notte, permettono di limitare la spesa dell'alloggio nella città, altrimenti piuttosto dispendioso (in media 40-100 $ per un albergo di media categoria).

Percorso
Da Bishkek a Tash Rabat costeggiando il lago Issyk Kul - Km complessivi: 1.500 circa
Mezzi: camion militari, pullman, jeep, rafting
Durata: 10 giorni (aggiungere due giorni per il ritorno a Bishkek da Tash Rabat)
Interessi: Foto, trekking, rafting, sport balneari, equitazione, cultura, cucina
Difficoltà: medio alta (occorre molto spirito di adattamento)
Costo: basso se eseguito con mezzi pubblici, medio se con mezzi privati (camion militari, jeep)

1° e 2° Giorno - Bishkek
Inizio la visita di Bishkek nel Museo di Storia, indispensabile, se non altro, per capire quale sia l'attuale percorso politico del Paese. Dei tre piani di cui si compone l'edificio, il secondo, quello dedicato a Lenin, è chiuso ufficialmente per restauro, ma Sheeren insinua che verrà presto smantellato. Il primo piano è, per metà, occupato da una mostra permanente allo scrittore locale At Chinghiz Aitmatov, leggenda vivente del Paese, e per l'altra metà dal presidente Askar Akaev, amato dai Kyrgyzi, ma odiato dai Russi, che gli rinfacciano l'abbandono della Madreterra. Solo il terzo piano, ripercorre velocemente la storia del Paese, dalle origini alla Rivoluzione comunista.
Attraverso Panfilov Park, frequentato da bambini e da coppie di sposi che vengono a farsi fotografare sulla ruota panoramica, per entrare nel Museo di Mikhail Vasilievich Frunze, il personaggio politico kyrgyzo meglio conosciuto all'estero ed il cui nome ha identificato la città sulle cartine geografiche fino al 1991. Nato nel 1885, Frunze nel 1917 guidò le Guardie Rosse alla presa del Cremlino. Otto anni dopo, divenuto troppo scomodo per Stalin, morirà durante un'operazione chirurgica. Il Museo ingloba la sua casa natia (almeno così affermano le guide, ma anche Shereen, che sul rivoluzionario sta scrivendo una tesi, ritiene improbabile che la vera dimora sia potuta sopravvivere agli sconvolgimenti storici di 110 anni). La cosa che più mi colpisce, è che nessuna delle foto in esposizione, ritrae Frunze con Stalin. Anzi, nessuna foto ritrae Stalin.
Prima di abbandonare le comodità della città, mi immergo nell'Osh Bazaar, un brulicare di venditori dispersi in un bailamme di colori, suoni, risa dove, con pochi som (1 som vale 50 lire) è possibile comperare spezie, frutta, verdura, carne. I som¸ invece, non servono per scattare fotografie, a differenza di quanto accade nei mercati di Bukhara o Samarcanda, più avvezzi al turismo.

3° Giorno: La leggenda della Torre di Burana
Partenza: Bishkek
Arrivo: Balykchy
Distanza: 150 km
Tempo di spostamento: 4 ore (calcolare altre 2 ore per la deviazione per la visita alla Torre di Burana)
Mezzo: Bus
Dopo due giorni di relax a Bishkek, imbocco finalmente la Via della Seta, dirigendomi a est, verso il lago Issyk Kul. A farmi da guida è Evgenij "Jenia", laurea in Ingegneria Elettronica e in Lingue, ma, come il 20% dei suoi connazionali, disoccupato. La prima meta è la Torre di Burana, la vecchia Balasugun conquistata nel 1224 dai mongoli di Gengis Khan. Nel mezzo di una pianura sconfinata, la torre a tronco di cono, si erge quasi a sfidare i primi contrafforti della catena Tien Shan che si elevano all'orizzonte. Naturalmente, a conferma di quanto diceva Shereen, anche questo monumento ha la sua leggenda: quella di una principessa rinchiusa nella rocca dal padre, il quale intendeva salvarla da una predizione che la voleva in pericolo di morte sino al compimento del diciottesimo anno di età. A nulla, però, valsero i propositi regali: la morte giunse puntuale, il giorno del diciottesimo compleanno, sotto le sembianze di un ragno, intrufolatisi tra un cesto di frutta, il quale morse la fanciulla, uccidendola. Né io né Jenia siamo riusciti a capire come una persona normale abbia potuto sopravvivere all'interno di un luogo tanto angusto e tetro, ma si sa, le principesse non sono mai state persone normali. Il mito esprime piuttosto la metafora dei pericoli provenienti dall'esterno per il piccolo e indifeso popolo kyrgyzo. Solo restando entro le pianure e le valli delimitate dalle alte montagne della catena Tien Shan, i kyrgyzi potevano sperare di far fronte alle scorrerie nemiche. E così hanno fatto dal XIII secolo, quando, scacciati dalle steppe siberiane, si sono stabiliti in queste lande.
Da Burana costeggiamo il fiume Chuy, rinomato per i canyons di rara bellezza a cui poeti e mercanti che ne costeggiavano le sponde, si sono ispirati per scrivere versi letterari di struggente bellezza. Oggi le sue rapide sono affrontate da esperti raftisti che giungono da tutto il mondo. Raggiungiamo la città di Balykchy, che si affaccia sull'Issyk Kul (Issyk= caldo, Kul= lago), il secondo lago alpino più esteso al mondo, dopo il Tititaca. Qui, i sentieri e le rotte marittime interne provenienti dall'Asia Nord Orientale, confluivano nel tronco principale della Via della Seta. Nel bazaar cittadino, ancora oggi tra i più colorati del Kyrgyzstan, venivano barattate merci di ogni tipo, per essere poi portate in Mongolia, Siberia e nel nord della Cina.

4° e 5° giorno: Issyk Kul
Partenza: Balykchy
Arrivo: Karakol
Distanza: 300 km
Tempo di spostamento: 10 ore
Mezzo: Bus
Costeggiamo tutto il lago fino a raggiungere Karakol, dove rendiamo omaggio al più grande esploratore russo dell'800: Nikolai Mikhailovich Przhevalsky. Nonostante fosse cristiano e le sue spedizioni abbiano dato lustro al regime zarista, le autorità comuniste non hanno mai cercato di oscurare i suoi meriti, dedicandogli anche un interessante museo.
La regione di Issyk Kul è stata off-limits agli stranieri durante tutto il periodo sovietico. Nei suoi 6.236 kmq di superficie, la marina russa sperimentava i nuovi siluri, ed attorno ai 688 km di costa sono sorte città-dormitorio, come Karakol, per i militari. Tutto ciò, però, non ha impedito che le acque limpide e calde del lago siano, oggi come ieri, meta del turismo interno. Le stupende spiagge di sabbia che si aprono sulla costa, l'acqua leggermente salata dovuta ai depositi minerali dei fiumi immissari (l'Issyk Kul non ha emissari), permettono di non far rimpiangere troppo ai kyrgyzi, la mancanza di uno sbocco marino.









6° Giorno: Son Kul, dove ancora cavalca Manas
Partenza: Karakol
Arrivo: Son Kul
Distanza: 500 km
Tempo di spostamento: 12 ore
Mezzo: camion militare, jeep
Torniamo sulla Via della Seta per dirigerci verso un altro lago, più piccolo, ma decisamente ricco di fascino: il Song Kul. La strada che vi conduce lascia senza fiato per la straordinaria bellezza dei panorami: in pochi chilometri il Mammmut, il camion da trasporto truppe militare con cui ci spostiamo, arranca tra paesaggi alpini che ricordano le valli svizzere, tra desolazioni desertiche afghane, per poi sfrecciare in pianure altaiche. E' durante questa tappa che iniziamo a scorgere le prime yurte e i primi cavallerizzi. Sono le "avanguardie" del fiero popolo kyrgyzo, quello che non ha mai scordato le sue origini nomadi e battagliere, che ha per patria le steppe, per Dei gli astri del cielo, per compagni i cavalli. Tutto questo si materializza a Song Kul, una perla azzurra incastonata tra chilometri e chilometri di verdi praterie e dolci colline.
Non è difficile immaginare gli eserciti agli ordini di Manas, l'eroe della mitologia kyrgyza, scorrazzare tra queste pianure, per poi scontrarsi con i nemici, lancinando l'aria con urla e sibili di frecce, mentre gli zoccoli dei destrieri lanciati all'attacco, fan tremare l'acqua del lago.

7° Giorno: Son Kul
A Song Kul non c'è elettricità, non c'è acqua corrente, si dorme nelle yurte assieme ai nomadi, sistemazioni spartane, ma sicuramente le più compatibili con l'ambiente. Da secoli i popoli delle steppe vivono in queste capanne mobili. Marco Polo, ne Il Milione, descrive in modo mirabilmente minuzioso queste dimore: -Le case sono di legname e sono coperte di feltro, e sono tonde, e portanseli dietro in ogni luogo ov'egli vanno, però che egli hanno ordinato sì bene le loro pertiche, ond'egli le fanno, che troppo bene le possono portare leggiermente in tutte le parti ov'egli vogliono. Queste loro case sempre hanno l'uscio verso il mezzodie...-
Già, nulla è cambiato da allora ad oggi.
Al crepuscolo sorseggiando kumus e sbocconcellando del nan e kurut, ascoltiamo Chinara e Jazgul, due manaschi che intonano canzoni kyrgyze. Parlano di amori impossibili, di epiche battaglie, di Manas, delle "Quaranta Madri Tribali", da cui si dice discendano le quaranta tribù che formano il popolo kyrgyzo. Racconti tramandati da secoli, sentiti da migliaia di mercanti che transitavano sulla Via della Seta, così come oggi noi li risentiamo. Stesse parole, stesse melodie che si perdono nelle stesse praterie, rimbalzando sulle acque cristalline del Song Kul. Emozioni. Le stesse provate nel sentire, il giorno dopo, la nonna raccontare al nipotino come il grande Gengis Khan aveva sconfitto i Turchi passando proprio dove ora è innalzata la loro yurta. E se poi questo racconto non è avvalorato dal corso degli eventi, beh, tanto peggio per la Storia. Le leggende non chiedono certo il suo permesso per penetrare nella mente di un popolo.
La sera, mi siedo con Jazgul sotto un cielo stellato che non riesco a definire altro se non -simply great-. Stiamo in silenzio per decine di minuti, incuranti dell'aria che a 3.000 metri si è fatta fredda e pungente. Alla fine, Jazgul, accorgendosi del mio disagio di fronte a tanta immensità, inizia: -Quando saprai ascoltare la musica del cielo, le parole che ti provengono dalle stelle e dalla luna, allora saprai di essere in pace con te stesso.-
Il ricorso alla sinfonia celeste mi ricorda tanto la teoria della Musica delle Sfere di Pitagora: dopotutto la mente del genere umano non è così diversa...

8° giorno: Naryn
Partenza: Song Kul
Arrivo: Naryn
Distanza: 200 km
Tempo di spostamento: 6 ore
Mezzo: Camion militare
Lasciamo con dispiacere Song Kul alle nostre spalle e puntiamo ancora verso sud, dirigendoci a Naryn. Oramai le yurte sono visibili ovunque, anche dove non avrebbero ragione d'esserci: lungo le strade, appena si apre uno spiazzo, ecco un gruppo di yurte-ristorante.
A Naryn, città che prende il nome dal fiume più lungo del Kyrgyzstan che la attraversa, dormiamo in un yourt-inn alla periferia della città.
Il bazaar di Naryn è stato per secoli uno dei più attivi della Via della Seta, dato che è il primo grosso mercato che si incontra provenendo dalla Cina. Oggi i suoi fasti sono solo un ricordo, ma dopo che Pechino e Bishkek hanno riaperto le frontiere, Naryn sta conoscendo una seconda rinascita.

9° giorno: Tash-Rabat, l'ultima frontiera
Partenza: Naryn
Arrivo: Tash Rabat
Distanza: 200 km
Tempo di spostamento: 4 ore
Mezzo: Camion militare
L'ultima tappa del nostro viaggio verso sud, ci porta a Tash-Rabat. La strada si intrufola tra strette gole, costringendo il Mammut a guadare fiumi, sprofondare in buche, inclinarsi pericolosamente su un costone roccioso. Alla fine, di fronte a noi, ecco aprirsi il caravanserraglio di Tash-Rabat. Qui, a 3.500 metri di quota, le carovane han sostato per secoli, rifocillandosi prima di intraprendere la scalata al passo che porta in Cina. Accanto alla costruzione in pietra, risalente al XV secolo, ma restaurata nel 1984, ci sono delle yurte abitate da nomadi e la piccola fattoria dove vive il direttore del caravanserraglio, Jergobiek Karpiekof, assieme alla moglie Tursun e le figlie. Assieme a loro visitiamo l'edificio: la luce del giorno penetra dai pertugi della cupola, illuminando la sala principale. Da qui si aprono a ventaglio le stanze dei mercanti, le prigioni, le stalle, le mangiatoie. Il tutto in uno spazio alquanto ristretto.
E' l'ultima notte che trascorriamo a Tash Rabat, domani cominceremo il viaggio di ritorno. Mentre me ne sto seduto a gambe incrociate di fronte alla yurta dove sono alloggiato, osservo il cielo rischiarato dalla luna. Aikanish, la figlia più piccola di Jergobiek ed il cui nome significa "Regina della Luna", ha appena terminato di cantare una filastrocca. Ora, solo l'acqua del vicino ruscello fa da sottofondo alle stelle. Fisso la fioritura della Via Lattea lassù, proprio sopra la valle e non riesco a distinguere se il dolce sciabordio è dovuto all'acqua del ruscello o allo scorrere degli astri nell'infinito. Che sia questo il Nirvana?

Il presente percorso, completo di immagini e cartine, lo trovate sul nr.10 (Aprile-Maggio 2000) di Marcopolo Guida Viaggi, la rivista del turismo intelliGENTE, in edicola a L. 5.000 dal 17/4/2000; richiedila al tuo edicolante di fiducia.
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