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Verso Milano - Ovvero Come Ti Attraverso Il Sahara
Paolo Brovelli

Il volo Air Maroc 515 delle 15:15 in partenza per Casablanca è stracolmo.
Al check-in, file interminabili e caotiche. In luglio bisogna esserci preparati. A terra e sui carrelli mucchi di pacchi, pacchetti, finte Samsonite da settanta litri sull’orlo del collasso. Il rombo sordo delle rotelle delle trolley non riesce a sopraffare le grida disperate dei neonati, gli schiamazzi e le assillanti domande dei bambini che si preparano a mettere piede per la prima volta su un aeroplano. Bimbi italiani dalla pelle olivastra che finalmente, tra qualche ora, conosceranno i nonni e gli zii rimasti al paese. E poi, occhi scuri e preoccupati, barbe ispide e foulard grigi che annuiscono, voci che si alzano, sguardi che s’abbassano. E ancora, discussioni con il personale di terra, sorrisi di circostanza, tensioni, proteste, richieste di chiudere un occhio per i chili in più nel bagaglio. D’altra parte, bisogna pur portare dei regali ai parenti e agli amici più cari. Sono a casa, loro. Attendono notizie degli avventurieri che hanno avuto il coraggio e la costanza di lasciare tutto per trasferirsi in un altro mondo. S’aspettano molto, non bisogna deluderli.
Decine di famiglie marocchine hanno deciso di mettersi in viaggio oggi. Si trasferiranno per un mese o due a casa dei parenti. Un ritorno alle origini che si verifica ogni qualche anno, dato che spostare armi e bagagli una famiglia intera, spesso numerosa, costa un capitale. Molti torneranno per un po’ tra le pareti di adobe dei villaggi dell’interno. Altri, si adatteranno ancora una volta allo squallore dei quartieri popolari, con quei palazzoni fatiscenti, o delle catapecchie intorno alle grandi città: Casablanca, Marrakech…
Ma non è il Marocco la meta del mio viaggio. Sono diretto più a sud, oltre la sconfinata distesa sahariana. Casablanca sarà solo una fugace tappa sul volo di trasferimento che domani mi scaricherà, con tanti auguri, tra i viottoli polverosi ed esausti di Niamey, la capitale del Niger.

L’arrivo notturno è un classico. In realtà non è proprio notte, ma senza lampioni alle otto è buio pesto e tutto sembra già addormentato. Resta solo l’odore acre dei rifiuti del mercato, o quello di legna e di sterco bruciato per bollire l’acqua del tè. E il caldo.
Il traffico si è fermato e in giro non c’è un’anima. Camminare per le strade è pericoloso. Non vedi dove metti i piedi e non è raro scivolare in una buca nell’asfalto o in un tombino dimenticato aperto.
La Mission Catholique non può ospitarmi. La donna che si occupa degli alloggi stacca alle cinque, e si porta via le chiavi. Dovrò tornare domani, ma ne varrà la pena. Di solito le missioni sono i posti più tranquilli in una capitale dell’Africa occidentale.
Nel frattempo trovo una sistemazione all’hotel Sahel, uno dei più cari della città: una struttura grigia sistemata direttamente sulla riva sinistra del fiume Niger, dove finisce l’abitato. Dal giardino, la vista sul ponte Kennedy e verso il Burkina Faso è ottima, come le brochettes che mi faccio subito preparare sull’inestinguibile barbecue.
Scambio due chiacchiere con Magdi, un tuareg maliano. Sedeva, nei panni di un facoltoso businessman, nel posto accanto al mio sull’aereo, e anche lui alloggia qui. Quasi non lo riconoscevo, rilassato com’è nella sua tunica azzurra, con i piedi a rinfrescarsi nell’erbetta. La giacca e la cravatta, si giustifica, una volta a casa vanno in pensione.
È stato in Germania e in Francia, mi racconta, ma non proprio a caccia d’affari. È piuttosto in cerca di consenso, e soprattutto di aiuti per la sua causa: i diritti del popolo tuareg. Nel 1996, dopo sei anni di sangue, la ribellione tuareg si è ufficialmente estinta, ma gli accordi stipulati coi governi non si sono rivelati troppo vantaggiosi. “Non si spara più, né in Mali né in Niger”, dice, “ma il malcontento è ancora tangibile. Almeno a livello diplomatico è doveroso continuare ad agire”.
Mi invita anche ad accompagnarlo tra qualche giorno al suo villaggio, Kidal, nel Sahara maliano, in una delle zone che da anni mi piacerebbe visitare. A malincuore declino l’invito. Ho un programma impegnativo.
È a nord che devo andare. Il mio obiettivo è tornare a casa, in Italia, seguendo un itinerario tutto terrestre, almeno fino a Tunisi. Poi mi imbarcherò sul traghetto per Genova. Un totale di più di cinquemila chilometri, di cui quasi un migliaio nel Mediterraneo, e ben tremila nel deserto del Sahara.
E proprio la traversata sahariana è il punto centrale del mio viaggio, che prevedo durerà circa un mese. Per avere maggiori possibilità di riuscita ho scelto uno dei percorsi più agevoli, in buona parte asfaltato, attraverso Niger, Algeria e Tunisia.
Taxi de brousse, autobus, autostop, camion… va bene qualsiasi mezzo, basta che sia diretto a settentrione.

Traversare il deserto del Sahara è cosa seria. Lo è sempre stato. È seria per chi lo fa per scelta, per sport o semplice curiosità, con il proprio fuoristrada. È seria per chi è costretto, per guadagnarsi la vita. È seria per il tuareg o il peul bororo, che l’hanno eletto a loro patria. È seria per l’emigrante, in quanto ostacolo tra la sua disperazione e il benessere che, fata morgana, gli sembra già di discernere tra i fumi delle sabbie.
Certo, è seria anche per me che, zaino in spalla, mi accingo ad aggiungere una tessera fondamentale al mosaico del mio mondo.
Millanta sono i chilometri e innumerevoli gli imprevisti. Il sole, quasi sempre il nemico, specie in questa stagione. Non esiste, dalla Mauritania al Sudan, alcuna strada interamente asfaltata che metta in comunicazione il sud con il nord del Sahara. Piste, sì, molte, più o meno effimere, dove si fatica a procedere, dove i motori, coi cinquanta gradi estivi, si surriscaldano facilmente, specie quelli degli attempati mezzi locali. Dove la panne è sempre in agguato.
Ma non è nemmeno impossibile. E neanche tanto arduo da non essere accessibile a chiunque disponga di tempo, buona volontà e molta motivazione. Se si sceglie una rotta lineare e frequentata il rischio è minimo, ammesso che si presti sempre molta attenzione.

Il vantaggio di partire da Niamey è indubbio. Innanzitutto si ha la possibilità di dare un’occhiata alla città, una tipica capitale saheliana dell’Africa occidentale. Le residenze in stile coloniale e i nuovi palazzi governativi lungo il fiume. La piazza del mercato, il Grand Marché, variopinto e slabbrato cuore pulsante della vita economica. Un paio di palazzi multipiano degli anni Settanta, epoca d’oro delle esportazioni d’uranio nigerine, che dominano una miriade di palazzine e baracche allineate lungo strade malconce e polverose. È qui che la gran parte dei 400 mila abitanti cerca di mantenersi in vita. Ma è quasi più dura che al villaggio dove hanno lasciato gli antenati.
La maggioranza è djerma, originari della zona e discendenti dell’antico e potente impero songhai che una volta aveva la sua capitale nella vicina Gao, nel Sahara maliano, un po’ più a monte sul corso del Niger. Li ho incontrati anche a Tombouctou, qualche anno fa. Da secoli coltivano lungo il fiume, sparpagliati in diversi paesi dal Mali alla Nigeria.
Gli hausa sono arrivati dopo nella capitale. Sono l’etnia dominante, la più rappresentativa di questa zona meridionale del Niger, popolosa e relativamente fertile. Vengono dalla regione di Zinder, l’unico abitato che si potesse chiamare città al tempo dell’arrivo dei francesi, verso il 1890. Abilissimi commercianti e grandi viaggiatori per tradizione, sono noti a tal punto che c’è chi parla hausa persino sulle coste del golfo di Guinea, a Lomé e ad Accra. La loro lingua potrebbe fare le veci del francese come idioma della koinè interetnica nigerina.
Infine ci sono le genti del nord, tuareg e peul bororo, di recentissima immigrazione, stipati nelle baraccopoli dei campi profughi nel cuore del quartiere di Chateau 1, in mezzo alle alte mura delle magioni residenziali dei ricchi, a ridosso delle quali allestiscono ogni giorno un mercatino cercando di sopravvivere vendendo prodotti artigianali di rara maestria. Sono loro i veri estranei qui, genti abituate all’aria libera del deserto arenate nello squallore stabile di una civiltà di là da venire.
Altro grande punto a favore della direttrice che parte da Niamey è la brevità del tratto senza asfalto e priva di trasporto pubblico: ‘solo’ seicento chilometri, tra Arlit e Tamanghasset. Seicento chilometri di pista sabbiosa che, comunque, senza un veicolo privato non è facile superare. Certo, è impossibile fare programmi, ma più breve è il tragitto, più agevole è trovare un passaggio o un mezzo di fortuna che lo percorra.
Che altra lancia spezzare, se non dire che finalmente potrò visitare la mitica Agadez, i massicci dell’Aïr e dell’Hoggar, il Tassili du Hoggar, Ghardaïa… Peccato per Algeri. In questo periodo è meglio evitarla. Se l’Algeria sahariana è relativamente sicura e il pericolo di aggressione è minimo, la zona dove finisce il deserto, la Cabilia e l’area mediterranea soffrono di continui episodi di violenza, all’occasione indirizzati verso occidentali. Come se non bastasse, non vi parte nemmeno una linea di traghetti per l’Italia, ciò che mi ha fatto preferire Tunisi.

Il Niger è uno dei paesi più poveri dell’Africa, quindi del mondo. Come gran parte degli stati africani, soffre di un’inesorabile instabilità politica ammorbata da un’economia agonizzante. Anche far parte della Communauté Francophone Africaine, che comprende quasi tutte le ex colonie francesi dell’Africa centro-occidentale, non gli è di molto aiuto, se non per il fatto di utilizzare una moneta unica, il franco CFA, e il francese come una sorta di lingua franca. Come si dice: mal comune mezzo gaudio.
Quattro volte l’Italia per dieci milioni di persone che sperano di tirare avanti almeno fino a 42 anni, rispetto al panorama globale anche il Niger, nel suo piccolo, vanta alcuni primati mondiali: nel tasso di analfabetismo, per esempio, non lo batte nessuno. Poi, si piazza tra i primi dieci anche per la mortalità infantile, con 114 decessi su mille bambini.
Sì, il Niger non è solo la magnificenza del deserto vista da un finestrino di un’auto con aria condizionata. In Niger la miseria è palpabile, è lì sotto i tuoi occhi ogni minuto, nei villaggi come nelle città, nelle oasi del deserto e nella brousse, la savana del sahel. Paesaggi di distruzione, fatiscenza, sudiciume, di gente che sta male, di caldo che ti scioglie. C’est l’Afrique, usa dire, ‘è l’Africa’.

Luglio, per Niamey, è stagione buona, dicono. Il caldo-caldo coincide con la nostra primavera e ad agosto le piogge aumentano. Ora le nuvole nascondono il sole per lunghi periodi durante il giorno, ma non piove molto.
Le strade si affollano solo in alcune ore della giornata e in determinate zone, come quelle del Grand Marché e del Petit Marché, per esempio, non lontano dalla missione, dove ho finalmente preso alloggio, in una stanzetta spartana fornita di provvidenziale zanzariera. Il traffico è sempre pochissimo, fatto soprattutto di motorette, qualche auto malandata e pochi camion. A volte capita anche di vedere un dromedario ondeggiare alto sopra tutto e tutti.
Per le vie polverose del centro si incontrano sempre le stesse facce e gli stessi venditori. Tutti trasportano qualcosa, le donne in equilibrio sulla testa, gli uomini in mano, in un viavai di sacchetti neri di nylon, calebasse – i tradizionali recipienti ricavati da zucche svuotate – e bottiglie di plastica che, prezioso contenitore, guai a schiacciarle: c’è sempre un bambino pronto ad arraffarle. È il regno della plastica, questo. Di provenienza soprattutto cinese, va sostituendo il bell’artigianato locale. Ma c’è di buono che tutto viene riciclato. Si buttano solo i rifiuti organici… ma solo se il marcio è già in fase avanzata. E allora si sentono, ammassati come sono in magmatiche discariche ai lati delle strade.
Poi ci sono i professionisti, come il farmacista, per esempio, che vende rimedi d’ogni tipo ed epoca, ammucchiati da anni sul suo banchetto traballante. O il fruttivendolo, con la sua mezza dozzina di manghi terrosi in bella mostra. Se vuoi far colazione, poi, ecco un chiosco, una baracca dove ti preparano il tè o del caffè solubile e speziato da accompagnare a un tozzo di pane con burro e mosche. Sui marciapiedi, le donne, pupo al seno, friggono frittelle di manioca o sghignazzano tra loro stravaccate in mezzo a ciotole ricolme di radici, legumi, cereali, erbe e spezie millecolori, come i fioroni degli abiti che indossano. “Arretez-vous, monsieur, regardez ici, s’il vous plait”, si fermi signore, guardi qui per favore.
I ragazzini, magri-magri, piedi nudi e calzoncini, cercano i tuoi occhi con la mano protesa, “cadeau, cadeau, donnez-moi un cadeau”. Vogliono un regalo, per sé o per il cieco che accompagnano, o per il fratellino malato, o per chissà chi altro. Se dai qualcosa dalla a tutti, se no si picchieranno. E, ancora, laggiù nella piazzetta, paralitici, menomati, reietti questuanti, dietro un altoparlante che gracchia al mondo non so quali prodigi. Certamente un guaritore, che gira dispensando perle di saggezza e gocce di salute sbraitando dal fantasma arrugginito di una Deux Chevaux.
Dopotutto, però, Niamey è anche una capitale, e come ogni capitale africana che si rispetti, offre anche un paio di supermarket relativamente forniti, libanesi come al solito. Ci trovi tutto, dalle albicocche secche al Bordeaux AOC. Grandi commercianti e viaggiatori, i libanesi! Da buoni eredi degli antichi cartaginesi e degli antichi siriani, sono dappertutto in questa zona dell’Africa. E pare ci stiano bene, dato che fanno parte di un ceto sociale privilegiato. Vengono con un gruzzoletto, guardano cosa manca o cosa avanza, poi importano, esportano, vendono, ristorano pure, com’è nella loro migliore tradizione. Ma sempre – sia chiaro! – a debita distanza dagli indigeni.

La tivù sta trasmettendo una delle ultime tappe del Tour de France mentre scambio due chiacchiere con Ibrahim. Qua al francò, epiteto confidenziale del centro culturale franco-nigerino, lui ci passa intere giornate. È uno dei pochi posti dove dispongano di una biblioteca decente e di una televisione. Lui lo fa di rado, ma se ci si può permettere l’alta tariffa per la connessione, nel cybercafé è possibile pure consultare la posta elettronica. Davanti a una Bière du Niger fresca mi confessa che si sente soffocare, ma non è il caldo. È il ristagno. Quello dell’economia, della politica, delle idee. Il ristagno della gente.
Quando è nato lui, una ventina d’anni fa, il boom economico nigerino scaturito dallo sfruttamento delle miniere d’uranio del nord, andava tramontando. Le politiche contro il nucleare adottate dai ‘paesi che contano’ avevano sortito il loro effetto, ma da allora, qui, è stata solo crisi. Come in gran parte dell’Africa occidentale, l’unica prospettiva per cercare di divincolarsi dalla morsa di una vita indigente è la fuga, anzi, l’aventure, come la chiamano qui. L’avventura. Una parola che suona intrigante, spesso associata a gesta eroiche… o a un viaggio lungo e pericoloso, audace, come quello di chi lascia tutto e se ne va verso l’ignoto in cerca di fortuna. Quello degli emigranti, per l’appunto.
Da Niamey ne passano molti, diretti a nord. Vi convergono da tutti i paesi del golfo di Guinea, dal Mali, dal Burkina Faso. Da qui, un taxi de brousse o un autobus li porterà fino ad Arlit e poi, come me, cercheranno un camion o un fuoristrada per attraversare il deserto e la frontiera algerina. Se per noi europei il Sahara costituisce la porta dell’Africa, per gli africani, viceversa, è la porta del Mediterraneo, dell’opulenta Europa.
Chi ha coraggio e disperazione a sufficienza può mettersi in cammino e tentare di varcarla. Una scelta che implica impegno, determinazione e una grande responsabilità, poiché coinvolge decine di persone, l’intera famiglia allargata. In Africa, tradizionalmente, i consanguinei hanno l’obbligo di sostenersi a vicenda, qualsiasi cosa succeda. E così, spesso, la famiglia contribuisce nel racimolare la modesta somma che servirà al prescelto per intraprendere la propria odissea. Se riuscirà, potrà portare benessere a chi sta a casa.
Il temerario, col vestito della festa e una borsa di plastica semivuota, prenderà la strada da solo. La regola è: non dare confidenza a nessuno e mantieni segreti i tuoi progetti. Guardati da tutti, poiché nel più povero dei mondi mors tua, vita mea. Non c’è posto per la solidarietà.
Lungo le rotte più utilizzate per l’emigrazione, nelle oasi e nelle città più importanti, si sono create delle specie di fondachi, simili a quelli che si trovavano nelle città europee medievali e che servivano per il deposito delle merci, ma anche come ricovero e assistenza ai viaggiatori, spesso di una medesima nazionalità. Come il Fondaco dei Tedeschi a Venezia, per esempio. Ma niente illusioni. Nulla è fatto per nulla.

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