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Nel Regno Di Curupira
di Gennari Leonardo

La spedizione la organizziamo assieme al Dott. Virgilio Limpias, gerente della "Turismo Yutaiè". Quest’ultima è una delle più antiche e consolidate agenzie turistiche di Puerto Ayacucho, la piccola capitale dello stato venezuelano di Amazonas. Risaliremo il rio Orinoco, il Brazo Casiquiare ed il rio Siapa fino a raggiungere un villaggio degli indios Yanomami.
Virgilio l’ ho conosciuto durante un mio precedente viaggio in terra venezuelana e ne ho subito apprezzato le doti di organizzatore affidabile, esperto e corretto. I contatti con lui li abbiamo tenuti per diversi mesi tramite i potenti mezzi della posta elettronica.
Il periodo scelto per questo viaggio è quello terminale delle piogge, ma nell’ Amazzonia le precipitazioni variano poco da una stagione all’ altra, sono sempre frequenti e copiose. Avremo così fiumi sufficientemente carichi di acqua da evitarci la possibilità di incagliarci in qualche sabbione. Al contempo, e nonostante i nostri grandi impermeabili, siamo già preparati a venire inzuppati dai tanti acquazzoni.
Virgilio ci mette a disposizione una barca in Alluminio di 16 piedi corredata di un motore fuoribordo da 40 CV e, soprattutto, Elvis Largo, la sua guida migliore. Elvis è un indio Baniba, con una notevole esperienza della zona che dovremo attraversare.
La piccola barca è quasi del tutto occupata dalle taniche di carburante per il motore: ne carichiamo quattro per una capacità complessiva di circa 300 litri. Un ulteriore rifornimento potrà essere effettuato presso il posto di guardia di Esmeralda, all’imbocco del Brazo Casiquiare. Per non appesantire troppo l’imbarcazione e pregiudicarne così la velocità, riduciamo al minimo il carico. Portiamo con noi, ad esempio, solo un contenitore da 20 litri di acqua potabile, sarà sufficiente a me e ad Andrea per i primi cinque - sei giorni, poi dovremo bollire l’acqua di fiume.
Elvis invece sfrutterà i suoi potenti anticorpi bevendo da subito l’acqua dell’ Orinoco. E’ il primo di Ottobre, una mattina limpida e con un caldo già soffocante quando diamo inizio alla nostra avventura. Superiamo il tratto non navigabile del rio Orinoco a bordo di uno scalcinato furgone, trascinando su di un malfermo carretto la nostra preziosa imbarcazione. E’ a Samariapo, piccolo porticciolo oltre che ultimo luogo dello stato raggiungibile via terra, che mettiamo in acqua la barca.
Ci aspettano 1200 Km di fiume da risalire (e da discendere) prima di arrivare alla zona di frequentazione degli Yanomami. Una volta abbandonato questo tratto di Amazzonia, altri 200 Km di fiume ci separeranno da San Carlos do Rio Negro, una piccola città di frontiera da cui ripartiremo con un piccolo Piper.
I primi due giorni sono solamente un veloce (per quanto ci permette la barca carica) viaggio di avvicinamento al Brazo Casiquiare. La prima notte dormiamo su una vecchia chiatta ormeggiata nel villaggio di San Fernando de Atabapo, sul cui piccolo ponte abbiamo avuto il permesso di stendere le nostre amache. La seconda notte dormiamo nella capanna di una famiglia di indios Yekuana, dediti al commercio lungo il fiume.
A metà del terzo giorno, dopo aver lasciato la missione Domenicana di Esmeralda e il relativo posto di controllo della Guardia Nacional, imbocchiamo il Brazo Casiquiare. Questo immenso canale ( farebbe impallidire il nostro Po), lungo 220 Km., collega fra loro due fra i bacini fluviali più vasti del pianeta: quello dell’ Orinoco e quello delle Amazzoni, dando luogo ad un fenomeno fisico unico al mondo.
L’ingresso in questo canale ci porta improvvisamente in un mondo molto diverso da quello incontrato lungo il corso dell’ Orinoco. Per circa 150 Km e cioè fino ad incontrare la foce del rio Siapa, la zona è completamente disabitata. La foresta ai lati del corso d’ acqua si fa sempre più alta ed impenetrabile. L’avvistamento di animali resta un fatto raro, facciamo troppo rumore con il motore della barca. Rompono la monotonia del viaggio gli improvvisi e bellissimi salti dei delfini, numerosi in questo tratto di fiume. Sprechiamo decine di fotogrammi nel vano tentativo di immortalare le rapidissime apparizioni di questi mammiferi. Abbiamo invece tutto il tempo di ammirare i volteggi di numerose specie di uccelli. I variopinti pappagalli , gli Ara azzurri, rossi e verdi che viaggiano sempre in coppia.
I Moazin, specie di pavoni con una bellissima cresta piumata. I minuscoli e velocissimi Colibrì. Le “Garze Blanche” della famiglia, presumo, delle cicogne; di queste hanno sicuramente il manto candido ed il volo elegante.
Nel tardo pomeriggio del terzo giorno attraversiamo un terribile acquazzone, oltre che lasciarci fradici fino alle ossa l’avventura provoca un notevole ritardo nel nostro ruolino di marcia. Il luogo dove dobbiamo trascorrere la notte ( una capanna di cacciatori indios abbandonata da tempo) viene raggiunto quando le prime ombre della sera già ci avvolgono.
L’ultimo tratto del viaggio lo passiamo nel silenzio più assoluto, con i nervi piuttosto tesi e lo sguardo fisso sulla riva sinistra del fiume. Abbiamo paura di oltrepassare lo spiazzo della capanna senza vederlo e quindi di doverci accampare nella selva impenetrabile. Fortunatamente dopo una curva compare improvvisa una grossa roccia piatta che scende nel fiume, il sospiro di sollievo di Elvis ci fa capire che la meta è raggiunta. Attracchiamo velocemente, possiamo riprendere colore.
Quattro pali piantati per terra ed un tetto di foglie è il nostro spazioso rifugio per la notte, tutt’ attorno la foresta.La nostra guida si da subito da fare con il fuoco del bivacco, il suo calore ci aiuta ad asciugare i vestiti ed a rendere più accogliente la capanna. Per cena mangiamo un Valenton, sorta di enorme pesce gatto (può superare i 100 Kg) pescato nel fiume; sapore sublime che spesso allieterà i nostri pasti futuri.
Ci stendiamo sulle amache, cullati dai mille rumori della foresta e dai tonfi dei delfini ( o chissà cos’ altro) nel fiume. Ben presto un fortissimo acquazzone ci fa apprezzare la tenuta magnifica del nostro tetto vegetale. Nessuno di noi ha voglia di chiacchierare, ci addormentiamo alla tremolante luce del fuoco che si sta spegnendo.
L’alba ci trova di nuovo in piena forma. Un pur rapidissimo bagno nel fiume è sufficiente per rimanere orrendamente ricoperti dei segni lasciati dalle voraci mandibole dei mosquito. Insetti quest’ultimi poco più piccoli delle zanzare europee, ma numerosissimi ed estremamente aggressivi. Ci hanno accolto dai primi "passi" sul rio Orinoco con particolare attenzione, ma in quest’ultimo tratto sono diventati una vera e propria piaga. Il super repellente portato dall’Italia sembra quasi che li attiri.
Ripartiamo cercando di proteggerci dal sole basso, ma già "scottante". I nostri visi, colli e mani sono al limite dell’ ustione; a nulla sono valse le creme protettive ed i cappelli. Come magra consolazione notiamo che anche l’ ambrato Elvis si sta squamando.
La tappa seguente è su un isolotto nel bel mezzo del Casiquiare. Sull’isola in una piccola radura rubata alla foresta, trovano spazio tre piccole capanne. Due abitate da altrettante famiglie, una leggermente decentrata e con le pareti di fango che non arrivano al tetto: funge da magazzino. In quest’ultima stendiamo le nostre amache, ospiti di Julio e della sua discendenza.
Gli abitanti del piccolo nucleo sono una quindicina di indios Curipaco, il capofamiglia è il già citato Julio, vi sono poi la moglie ed uno stuolo di figli, nuore e nipoti.
Trascorriamo in questo piccolo Eden due splendidi giorni. Partecipiamo con discrezione ma comunque ben accetti alla vita quotidiana dei padroni di casa. Partecipiamo alla pesca ed alla pulitura di un enorme Valenton di circa 40 Kg, il tutto in una splendida e piccolissima laguna, teatro poi di un nostro altrettanto splendido bagno ristoratore. Julio e due suoi figli ci accompagnano anche sulla sommità del cerro Lanumata, da cui si ha una splendida visione di un vasto tratto di foresta amazzonica. Per arrivare in vetta attraversiamo un breve tratto di selva denominata “de la Culebra”, nome che è tutto un programma. Fortunatamente non incontriamo alcuna serpe e sbuchiamo ben presto ai piedi delle ripide ed aridissime pareti rocciose del cerro.
L’ascensione sotto un sole cocente provoca una copiosa sudorazione, ma il panorama che si vede dalla vetta è degno dello sforzo compiuto. Julio ci dice che, a sua memoria, noi siamo i primi stranieri a calpestare il suolo di questo colle: in onore a ciò d’ora in poi lo chiamerà cerro Leonandres, unendo i nostri due nomi. Durante la lenta discesa Julio ci racconta di Curupira, che secondo la tradizione orale indigena è un nano deforme con i piedi al contrario. Questo mostro leggendario vive all’interno della selva, chi cercasse di seguirne le impronte finirebbe inevitabilmente con il perdersi.
Il pomeriggio si scarica sull’isola il solito fortissimo temporale, questa volta accompagnato da notevoli raffiche di vento e da paurosi lampi. L’anziana moglie di Julio dice sommessamente che tutto ciò è legato alla nostra passeggiata sul cerro Leonandres: abbiamo sacrilegamente calpestato un suolo vergine. Quando siamo soli io ed Andrea ironizziamo su questa superstizione, oggi si sono aperte le cateratte del cielo così come tutti i giorni del calendario; non riusciamo a notare in ciò la nostra negativa influenza.
Il terzo giorno di buon ora ripartiamo dall’ospitale isola, salutati festosamente da Julio e dalla sua numerosa famiglia. Siamo a circa due ore di barca dalla foce del rio Siapa, ai confini perciò della zona abitata dal popolo Yanomami. Incontriamo un piccolo villaggio di questo popolo proprio dove i due fiumi si incrociano. Gli abitanti sono abbastanza civilizzati e sufficientemente abituati all’incontro con l’uomo bianco. Nonostante ciò notiamo subito che è completamente diverso l’approccio che hanno con noi. Il clima è molto più freddo, non sentono il minimo bisogno di comunicare, scambiamo con loro quattro frasi senza scendere dalla nostra barca. Dalle informazioni raccolte presso gli indios e dalle condizioni di accresciuta leggerezza e quindi di velocità della nostra barca, Elvis stima in circa tre ore il tempo necessario per risalire il rio Siapa fino ad incontrare la cercata tribù Yanomami, scopo del nostro viaggio.
E’ poco prima di mezzogiorno che notiamo, in lontananza, l’austero profilo del villaggio indigeno: lo Xapono. La comunità vive in una unica grande costruzione situata lungo la riva del fiume, dove questo forma un’ ampia curva. Mano a mano che la barca si avvicina al villaggio, le raccomandazioni di Elvis si fanno più pressanti e concitate. Ci ricorda quanto già spiegato nei giorni scorsi. Gli Yanomami sono un popolo molto aggressivo e poco incline all’ospitalità, il capo villaggio ed il consiglio degli anziani dovrà riunirsi e decidere se accettare la nostra presenza ed in cambio di che cosa; fino a quel momento dovremo evitare il più possibile ogni contatto con loro. La prima cosa da evitare è quella di estrarre le nostre macchine fotografiche.
Scendiamo dalla imbarcazione solo dopo il loro invito a farlo, siamo in completo imbarazzo e di conseguenza ci muoviamo con gesti rigidi e buffi. Sostiamo per circa quindici minuti sulla riva del fiume, a pochi passi da noi il tetto spiovente dell’unica grande capanna che sembra costituire l’intero villaggio. Attorno a noi ed ai nostri zaini si accalcano incuriosite una trentina di persone, sono quasi tutte molto giovani. Ci toccano e ispezionano l’interno delle nostre tasche, subiamo la pacifica invasione senza poter scambiare alcuna parola, non parlano spagnolo. In questo modo però stabiliamo i primi contatti che sono a tutti gli effetti "epidermici".
Dopo questa breve attesa ci lasciano entrare nel villaggio. Passiamo carponi attraverso un pertugio alto non più di mezzo metro e ci troviamo all’interno dello Xapono. Quest’ultimo è una immensa capanna dalla forma ovale e quasi completamente chiusa lungo il suo perimetro. La parete esterna è alta circa 50 centimetri, da lì parte il tetto che è una superficie larga circa cinque metri e posta obliquamente rispetto al terreno: da un lato si appoggia alla parete esterna e dall’altro e sostenuta da pali (distanti alcuni metri tra di loro) ad una altezza di quattro metri dal terreno. Non esiste una parete verticale interna, l’unica unità abitativa è perciò protetta dalle intemperie (e dagli attacchi nemici) solo dall’alto e dall’esterno. Al centro del villaggio uno spiazzo enorme privo di qualsiasi vegetazione è teatro delle loro feste e della vita comunitaria diurna. Ogni famiglia occupa un tratto di capanna, a stretto contatto con il resto della popolazione. Mentre osserviamo tutto questo, il consiglio degli anziani si è riunito per decidere della “nostra sorte”. E’ solo dopo un’ora che raggiungono la decisione di ospitarci per un paio di giorni, ha forse pesato il fatto che il nuovo capo villaggio Octavio (il precedente è morto da un paio di settimane), conosce la nostra guida. Ci danno anche il permesso di fotografare, possiamo finalmente sbizzarrirci. Octavio ha la gentilezza di destinarci un tratto di capanna un po’ isolato rispetto al resto della comunità, speriamo così di avere un minimo di privacy. Speranza mal riposta, non facciamo in tempo a stendere le amache che siamo letteralmente circondati da una folta schiera di indios. Sono quasi tutti donne, bambini e giovani cacciatori. Gli anziani del villaggio restano in “sdegnoso” isolamento.
Il villaggio è composto da un centinaio di persone. Gli uomini indossano quasi tutti pantaloni e magliette barattate con i rari ospiti ( nella quasi totalità studiosi) giunti fino a loro. Le donne sono invece nella stragrande maggioranza a seno nudo e con una piccola sottana di colore rosso, alcune portano solo piccoli perizoma di fibra vegetale. Hanno infilate nel setto nasale ed attorno alla bocca dei bastoni lunghi anche una decina di centimetri e dal diametro di uno che usano come ornamenti. Sia gli uomini che le donne hanno tratti del viso molto diversi dai nativi incontrati fino ad ora: un taglio degli occhi orientaleggiante, zigomi molto marcati e l’acconciatura dei capelli a caschetto. Il tutto porta ad un aspetto altero ed aggressivo.
Mano a mano che passa il tempo approfondiamo la nostra conoscenza. Quelli che erano impacciati tentativi di contatto, diventano gestualità amichevoli. Una donna mi lascia sulle ginocchia la sua bambina di poche settimane, osservo le nude intimità appoggiate ai miei pantaloni nel terrore di guadagnarci un maleodorante ricordo. Osserviamo le persone e lo xapono, raggiungono un degrado igienico per noi occidentali quasi intollerabile.
Octavio ci organizza per la notte una caccia ai caimani con due cacciatori del villaggio, deve essere una esperienza unica. Dopo una frugale cena e dopo il veloce tramonto del sole partiamo per il nostro giro notturno. L’oscurità avvolge il villaggio, a fatica saliamo sulla piccola barca che sarà il nostro mezzo di trasporto. La canoa, ricavata da un tronco d’albero, è di ridottissime dimensioni: la larghezza è appena sufficiente per ospitare il mio bacino, la lunghezza è tale che i piedi di uno toccano la schiena dell’altro. Il bordo della canoa è di tre centimetri al di sopra della placida superficie del rio Siapa, ogni pur piccolo movimento rischia di portare acqua all’interno della canoa. Abbandoniamo ben presto il letto principale del fiume e ci inoltriamo lungo stretti canali e piccole lagune. Lo sciabordio dell’acqua lungo il fianco della barca e gli ovattati e ritmati tonfi provocati dai remi sono gli unici rumori che provochiamo. Attorno a noi il silenzio è rotto solo dai radi versi degli animali, l’atmosfera è fantastica e riusciamo a gustarla in pieno nonostante la stanchezza. Le torce che io ed Andrea portiamo sul capo generano un fascio luminoso di alcuni metri, le ruotiamo continuamente attorno a noi alla ricerca degli sfavillanti occhi dei caimani. Questi rettili vengono uccisi dagli indios con un colpo di machete inferto subito dietro alla scatola cranica. La cattura, pensando anche al fragile guscio su cui navighiamo, deve essere tutt’altro che tranquilla; in cuor nostro speriamo di non incontrare nemmeno un esemplare di questo temibile animale. Durante la battuta i due indios ci fanno sbarcare e camminare per una buona mezz’ora nella selva. Le nostre torce illuminano a malapena il terreno davanti ai nostri piedi; è però tranquillizzante la sicurezza con cui i due cacciatori si muovono:
l’Adrenalina scorre ormai tumultuosa mescolata al nostro sangue. Dopo circa quattro ore senza vedere un solo caimano decidiamo di tornare al villaggio. Ammiriamo in silenzio con quanta abilità i due indios si muovono nel dedalo di canali e piante affondate nell’acqua: ritrovano la strada per il villaggio senza avere per nemmeno una volta il dubbio sulla direzione da prendere.
E’ all’una di notte che raggiungiamo lo Xapono, attraversiamo lo spiazzo del villaggio alla luce di pochi falò oramai spenti; l’unico a non dormire è il nostro buon Elvis, lo troviamo in trepidante attesa. Le amache sembrano sontuosi letti, ci stendiamo stravolti dalla fatica e dalla stanchezza.
La cerimonia religiosa mattutina dello sciamano condita da chiassosi e terrificanti canti non è sufficiente per convincerci ad abbandonare l’adorata amaca, d’altronde sono le cinque del mattino ed abbiamo alle spalle solo quattro ore di riposo. E’ solo dopo 40 minuti che troviamo la forza per abbandonare i nostri giacigli. Accendiamo il fuoco e prepariamo la nostra colazione attorniati dal solito folto gruppo di giovani e donne. Partecipano ad ogni nostro gesto con soffocante curiosità. Non riesco ad appartarmi nemmeno per andare "in bagno". Espleto i miei bisogni corporali accovacciato ai bordi della foresta sotto lo sguardo attento e divertito di tre donne e di un cacciatore. Proseguiamo la mattinata con una battuta di caccia, il capo villaggio ci ha messo a disposizione due cacciatori. Si presentano poco dopo le otto presso le nostre amache:
hanno i visi dipinti con simboli e colori beneaugurati per la battuta, infilati nei lobi delle orecchie due piume di rapace simbolo di forza ed astuzia. Coprono le loro nudità con un minuscolo pezzo di stoffa rossa appeso con una corda appena sotto l’ombelico. Loro unica arma un arco lungo circa due metri e due frecce ancora più lunghe. Portano con sé diversi tipi di punte, di dimensioni molto diverse fra loro ed adatte alle diverse taglie degli animali; sono imbevute nel curaro, sostanza di cui gli Yanomami conoscono ogni segreto.
Partiamo che la temperatura è già molto elevata, il solo attraversamento dell’assolata radura del Conucho ci rende fradici di sudore. Salutiamo con entusiasmo il nostro ingresso nella fitta ed ombreggiata foresta, stentiamo però non poco a mantenere il passo dei cacciatori. La nostra pinguedine ed i pesanti e voluminosi giubbotti fotografici certo non ci aiutano in questa prova di agilità. E’ uno spettacolo nello spettacolo osservare la grazia e l’eleganza con cui i due Yanomami si muovono nella selva, i loro movimenti non provocano il minimo rumore. Peccato che con due "accompagnatori" non così altrettanto silenziosi come noi sarà per loro ben difficile catturare qualche animale. Torniamo al villaggio dopo quasi tre ore di duro cammino e con gli occhi pieni di fantastici quadretti di caccia con l’arco.
E’ quasi mezzogiorno quando diciamo al capo villaggio che l’ora della nostra partenza si avvicina, gli chiediamo se può riunire il villaggio perché vorremmo scambiare merce con loro.
Questi indios non conoscono l’uso del denaro e quindi l’unica maniera per poter portare a casa alcuni loro interessanti oggetti è quello di scambiarli con nostra roba.
In pochissimo tempo si riunisce attorno alle nostre amache quasi l’intero villaggio, per la prima volta si avvicinano anche gli sciamani e gli anziani del villaggio. Si siedono a semicerchio dietro al capo villaggio, di fronte ci siamo io, Andrea e la nostra guida. Posiamo sul terreno la merce che vogliamo barattare: alcuni machete, una "salsiccia" di tabacco lunga un metro ( acquistati all’uopo a Puerto Ayacucho ) ed alcuni nostri indumenti. Il capo villaggio distribuisce la nostra roba seguendo una regola ferrea: sceglie per se i pezzi migliori, poi accontenta i due sciamani, le loro mogli e gli anziani. Se alla fine di questa divisione primaria resta qualcosa si accontentano i cacciatori.
E’ poco dopo mezzogiorno quando lasciamo il villaggio con la promessa e la recondita speranza di tornare presto. Mi torna in mente uno splendido murales incontrato a Puerto Ayacucho: un indios Yanomami che grida VIVEREMOS!.

Io posso solo dirvi, splendidi uomini: che Curupira vi protegga.

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