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Spedizione In Dancalia
Antonio Biral

INTRODUZIONE

Nel presentare ai miei compagni il progetto di viaggio che prevedeva la traversata a piedi dell’intera Suguta Valley, in Kenya, io non avevo la certezza di riuscirci davvero. Non ero stato capace di trovare nessuna documentazione di precedenti spedizioni in quella valle infernale, chiusa per tre lati da desertiche montagne di lava e spazzata di continuo da tempeste di sabbia con temperature al di sopra dei 50 gradi. Era la prima volta nella storia, per quanto io ne sapessi, che veniva tentata la traversata da sud a nord. Partire da 1° 30’ Lat. Nord e 36° 13’ Long. Est, per raggiungere il lago Logipi ai piedi della barriera vulcanica del Teleki, oltrepassarla, arrivare al lago Turkana e ancora avanti fino all’oasi di Loyangalani.

Nei nostri precedenti viaggi, seppur in zone remote, non avevamo mai provato condizioni climatiche e di isolamento geografico tanto ostili, dove la presenza dell’uomo è praticamente inesistente. Ci mancava quest’esperienza e volevamo farla a tutti i costi. Io ero molto determinato anche se capivo meglio dei miei compagni le difficoltà e i rischi che andavamo incontro. Per mesi avevo cercato in tutti i modi qualsiasi cosa che potesse documentare quella remota regione africana, ma soltanto poche righe su una delle guide più specializzate del Kenya la definivano così: un luogo inaccessibile che ospita rettili e scorpioni tra i più velenosi al mondo e niente altro.Con un clima incredibilmente caldo e secco dove la temperatura media dell’anno è di 55 gradi e la pioggia arriva, forse, una volta ogni dieci anni.

Questa spedizione, sebbene limitata nel tempo e composta di un esiguo numero di persone, aveva caratteristiche analoghe a quelle delle ultime esplorazioni avvenute a cavallo tra la fine del secolo scorso e i primi anni del nostro. Dovevamo avventurarci con una carovana di cammelli, condotta da guerrieri Samburu, anche loro per la prima volta affrontavano un tragitto di questa portata. Più di duecento chilometri nel nulla al di là dei confini conosciuti, in un territorio ostile e pressoché inesplorato. A memoria di tribù non vi era ricordo che alcuno avesse tentato quello che stavamo per fare. Una volta partiti avevamo ben chiaro che non avremmo avuto nessun tipo di collegamento con il mondo esterno. La sfida era solo nostra. Soli con i nostri mezzi e il nostro coraggio, consapevoli che nessuno avrebbe potuto aiutarci in caso di necessità. Uno stato d’animo ben diverso da chi parte con la sicurezza di essere recuperato al primo imprevisto. Ecco, questa è la grande differenza che ci distingue.

Questo viaggio, “ai limiti della sopravvivenza”, così era stato definito ancora prima di partire, se fosse riuscito avrebbe dato il via ad un progetto che era nei miei pensieri ancora dal 1988. La Dancalia; una delle aree più inospitali del mondo. Questo territorio che si affaccia sul Mar Rosso, dove sbocca il Grande Rift Africano, si estende dalle isole Dalak, in Eritrea, fino a Gibuti compreso e, nel retroterra, fino ai piedi dell’altopiano etiopico.
Così nell’estate del 1993, pochi mesi dopo aver concluso positivamente la spedizione nella Suguta Valley, avevo tra le mani il libro di Ludovico Nesbitt “La Dancalia Esplorata” del 1928, che Rossana, una compagna di tanti viaggi, aveva trovato cercando alla Biblioteca Comunale di Como.

Ho letto e riletto quelle pagine per rilevare ogni posizione e inserire tutti i dati geografici in modo da costruirmi una mappa, che altrimenti non esiste, con i nomi dei monti, dei vulcani, delle pozze, dei deserti. Provare a rivivere quelle emozioni, verificare se esistono ancora quei villaggi, quelle pozze dalle acque saponose e mineralizzate che se le bevi ti spaccano le budella. Rivedere gli orizzonti disegnati allora su quel quaderno di viaggio e confrontarli con la realtà di oggi. Incontrare gli Afar - che significa liberi - un popolo, si pensa, di origine araba che anticamente approdò sulla costa occidentale del Mar Rosso e occupò quel territorio oggi chiamato Dancalia. Un viaggio nel viaggio.
Dalla presentazione del programma si intuiva la natura già dalle prime battute:

per affrontare la durezza del clima e l'inaccessibilità dei luoghi, si richiede ad ogni individuo, una severissima autoselezione sulle proprie condizioni fisiche e psichiche, e una grande capacità di sopportazione e di adattamento a situazioni di grande difficoltà: fatica - stress - disidratazione - scarsa alimentazione - lunghe marce su terreni difficili (lava, fanghi, deserti, distese di sale) - rettili velenosi - pericolo di attacchi da tribù molto ostili e imprevedibili, ecc ....

- NON SI TOLLERANO NEGLIGENZE -

DANCALIA
più vicini alla morte che alla vita

Una spedizione avventurosa in mezzo alle tribù ostili della Dancalia 6 marzo - 13 aprile ‘95

Alla fine di gennaio del 1995 ci siamo riuniti a Bergamo per fissare gli ultimi dettagli e per confermare l’adesione alla spedizione nell’infocata Depressione Dancala.
Ci conoscevamo quasi tutti dalla Suguta Valley Expedition, anzi, da prima. Sapevamo abbastanza di noi, delle nostre reazioni in situazioni estreme.
Potevamo partire per una nuova avventura.
Nasce qualche contestazione che viene subito placata dalle mie precisazioni. Non ci sono Dancalie sconosciute, ma la determinazione di verificare con il viaggio. Tutto è chiaro come mostrano le mappe. Al contrario della Suguta ci sono camminamenti frequenti che testimoniano la presenza dell’uomo. Questo sarà il nostro vero problema.
Se dobbiamo discutere di banalità in Dancalia ci andate voi, perché io ci sono già stato, tra virgolette. Ho ripensato più volte a questa mia affermazione. Volevo trasmettere le vere difficoltà ai miei compagni. Tutti abbiamo detto di si.
“Più vicini alla morte che alla vita” così Nesbitt aveva definito le condizioni in quelle terre. Avevo adottato questo motto non sapendo che in seguito avrebbe creato, come si sa, innumerevoli polemiche tra coloro che non ne conoscevano la provenienza, pensando che fosse la nostra incoscienza a dettarci tali parole. Tuttavia noi eravamo consapevoli e ben preparati quando, in sordina e senza alcuna pubblicità, abbiamo fissato la data di partenza per il giorno sei marzo. In quel periodo avremmo avuto la luna favorevole per marciare anche nelle ore notturne.
Dopo i preparativi, il gruppo formato da otto uomini e tre donne; (prime bianche nella storia a sfidare, a piedi, le torride immense distese della Dancalia, chiamata anche la Terra del Diavolo), si ritrova la sera del sei marzo all’aeroporto di Roma con tutto il materiale necessario. Destinazione Addis Abeba. Puntuale quella sera anche l’amico Danilo, arrivato per consegnarci trenta taniche della capacità di trenta litri ciascuna, creando scompiglio davanti al check-in dell’Ethiopian Air Lines e anche un certo interesse tra il personale, che, incuriosito, vuole conoscere lo scopo di quel materiale. Spieghiamo che dovrà servirci per il trasporto della nostra scorta d’acqua in Dancalia. Un funzionario dell’aeroporto ci avvicina meravigliato e racconta che un suo parente aveva partecipato alla spedizione italiana guidata da Raimondo Franchetti, che nel lontano 1929 esplorò quel territorio da est ad ovest. E precisamente da Beilul sul Mar Rosso a Maccallè sull’altopiano. Noi avremmo intersecato quel percorso nei pressi del lago Afrera. Avevo una copia della mappa di quella spedizione e alcune fotografie scattate allora nella zona del lago nel marzo del 1929. “Volevo confrontarle con la realtà di oggi”.
In attesa dell’imbarco spieghiamo i motivi e gli obbiettivi del nostro viaggio. Ci proponiamo di ripercorrere con gli stessi mezzi di allora il tratto più impegnativo dell’esplorazione compiuta nel 1928 da Ludovico Nesbitt. Il primo europeo ad attraversare la “Dancalia pura”. Quel rettangolo che geograficamente si estende tra: 11° 50’ e 14° 30’ di Lat. Nord e tra: 40° 15’ e 41° 20’ di Long. Est. Inoltre, condizioni permettendo, vorremmo riscoprire il luogo dove avvenne il massacro della spedizione italiana Giulietti-Bilieri nel maggio 1881. Rinvenuto dallo stesso esploratore R. Franchetti 48 anni dopo.
I nostri interlocutori, meravigliati e sorpresi, non riescono a capire come delle persone possano scegliere di trascorrere le vacanze sapendo di dover affrontare disagi di ogni genere. Sfidando condizioni climatiche proibitive, tra popolazioni poco tolleranti e imprevedibili, in terre dalle quali pochi, fra quelli che vi si erano avventurati, avevano fatto ritorno.
Abbiamo in programma di attraversare con una carovana di cammelli la più vasta depressione esistente sulla terra. Centoventi metri sotto il livello del mare, una delle zone più difficili e selvagge d’Africa.
Partire dal lago salato Afrera, conosciuto anche come Giulietti, in onore dell’esploratore italiano trucidato dalle tribù dancale, e marciare in direzione nord per uscire a Dallol, nella Piana del Sale. La parte più settentrionale della Grande Depressione, dove il sale depositato arriva in alcuni punti allo spessore di 800-1000 metri. Circa duecento chilometri in dieci tappe. Non sappiamo però se con le macchine possiamo arrivare al lago. Non abbiamo notizie della percorribilità della pista e se una volta arrivati avremmo trovato un numero di cammelli sufficienti per caricare le trenta taniche d’acqua, i viveri e il materiale. L’unico modo per saperlo è di provarci. Così rifletto e credo lo facciano anche i miei compagni, mentre l’aereo ci porta nella notte verso l’Africa e ancora una volta in Etiopia.


9 Marzo 1995 Addis Abeba - Serdo 1° Campo
Partenza ore 06,30 Arrivo 17,00
Ore 10.30 - Km 640

Con tre Toyota Land Cruiser e un Pick-Up noleggiate presso l’NTO, (l’ente di stato etiopico per il turismo), da Allem, un etiope che avevo conosciuto cinque anni fa in occasione di un viaggio tra i Surma, - tribù primitiva che vive in un’area isolata tra le montagne ai confini tra Etiopia, Sudan e Kenya - giungiamo al villaggio di Serdo. Una landa sabbiosa a seicentoquaranta chilometri a nord-est di Addis Abeba. Sulla carta geografica, Serdo viene ancora riportato come un centro abitato di media importanza, sulla strada che collega il porto di Assab all’altopiano, ma non esiste più da circa venticinque anni, dopo che un violento terremoto lo ha ridotto a un ammasso di rovine. Oggi, tra quelle macerie mai rimosse, si intravedono misere baracche di pali e di lamiera. Gli uomini che si aggirano intorno sono tutti armati di Kalashnikov; il loro “lavoro” consiste nel rapinare i camion che transitano con le merci provenienti dal porto. Così ci descrive il direttore del cantiere per la costruzione della strada che da Serdo dovrebbe arrivare al lago Afrera, e da lì continuare per raggiungere Macallè. In questo modo, ci spiega, verrebbe facilitato il collegamento delle regioni che si trovano sull’altopiano, a nord del Paese, con il porto di Assab. Tralasciando così di percorrere l’unica strada che si inerpica tortuosa e interminabile tra le “ambe” superando passi a quote sopra i duemila metri. Costruita ancora negli anni ‘30 dagli italiani, e da allora ben poco migliorata.
Con il direttore, mettiamo a confronto le nostre carte topografiche con le loro per esaminare e discutere gli obiettivi scambiandoci informazioni e pareri. Ci fa capire le difficoltà che dovrà affrontare per realizzare il suo progetto, sia per le condizioni ambientali che per l’ostilità dei dancali. Vedo che ha grande interesse per le nostre mappe che risultano ben più precise e meglio dettagliate delle sue, tanto da chiedercene una in regalo. Si preoccupa anche per noi che ci accingiamo ad attraversare quelle terre. La sera, su suo consiglio, ci accampiamo a ridosso della recinzione, vicino ai containers adibiti a magazzino e alloggio, per avere maggior sicurezza.
Qui nell’Aussa, sappiamo di dover contattare il Sultano per chiedere il permesso di transitare nel suo territorio. Nessun’altra autorità all’infuori di lui può garantirci l’incolumità in questi luoghi.
Abbiamo atteso e cercato per due giorni l’arrivo di un capo per essere introdotti al Sultano che vive in un piccolo villaggio a dieci, quindici, chilometri prima di Asayta. Un “centro agricolo” dove si è sviluppata una primitiva agricoltura sfruttando le piene periodiche del fiume Awash. Dopo il primo incontro nella piazza del villaggio, tra la curiosità di tutti per l’insolito evento, veniamo invitati dal Sultano a entrare nella sua casa. Una costruzione in mezza muratura coperta da legni e paglia. A terra erano stati posti a nostro riguardo alcuni cuscini. Il Sultano: un uomo magro, incartapecorito, tutto vestito di bianco. Un’età apparente di settant’anni. Il suo aspetto docile contrasta però con il micidiale jile: grande coltello ricurvo con lama a doppio taglio, che fa bella mostra al suo fianco. E’ attorniato da molti dignitari che spesso intervengono a suo nome con tono altezzoso, mentre, intorno, donne e bambini si muovono estranei.
Le trattative sono andate avanti per diverse ore. Hanno voluto esaminare più volte la nostra documentazione per sapere di preciso dove siamo diretti, e qual è lo scopo che ci spinge ad entrare nel loro territorio. E quando a voce alta hanno letto e riletto i nomi dei vulcani e delle pozze che avevo riportato sulla mappa, facendo intendere che li conoscevano, ho avuto la prima conferma della validità del lavoro di ricerca che avevo fatto. Hanno continuato poi a ricontrollare i permessi rilasciati dalle autorità ufficiali e tra questi non esisteva nessun riferimento a nome del Sultano, né al potere che lui ritiene di rappresentare. Abbiamo avuto l’impressione che ci ritenessero responsabili di ciò, visto che continuavano a rimarcare questo fatto.
Alla fine dell’estenuante trattativa otteniamo l’autorizzazione a partire sotto la scorta armata di due guerrieri Afar. Sarebbero serviti a garantirci il passaggio senza il rischio di essere depredati, se non peggio. Ci vengono imposti a prezzo salatissimo, l’equivalente del doppio del reddito annuale medio in Eritrea. Questo è il pedaggio che dobbiamo sborsare per due, massimo tre giorni. Perché una volta giunti al lago Afrera e formata la carovana, noi avremmo continuato a piedi per il nord ed essi sarebbero rientrati con le macchine e gli autisti a Serdo.


10 Marzo 1995 Serdo - Tombe 2° Campo
Partenza ore 17,00 Arrivo 20,00
Ore 03.30 - Km 40

Nel tardo pomeriggio del giorno dieci marzo partiamo alla volta del lago Afrera. Subito l’ambiente si presenta a dir poco allucinante. Montagne di lava si susseguono tutt’intorno ininterrottamente. I mezzi sono messi a dura prova. Dobbiamo arrancare alla ricerca di un varco tra quei neri macigni che riflettono bagliori metallici sotto il sole del tramonto. Per procedere dobbiamo rimuovere massi, chiudere buche, segnalare con precisione dove far passare le ruote in mezzo a quelle rocce taglienti, capaci di danneggiare le macchine e rimanere bloccati chissà per quanto.
Dopo aver percorso circa quaranta chilometri in tre ore, nel buio della notte troviamo un piccolo spiazzo racchiuso da tetre collinette di detriti vulcanici, e lì piantiamo il campo a ridosso di alcune tombe dancale. Alti cumuli di pietre laviche costruite a forma circolare che, rischiarate dalla luna, allungano le loro lugubri ombre sulle nostre tende. Un posto da incubo e una notte caldissima per chiudere occhio. Non riesco a dimenticare un episodio descritto da Nesbitt che, proprio da queste parti, mentre si trovava a esaminare alcune tombe, venne raggiunto da due dancali. Minacciosi gli fecero capire che avrebbero chiamato a raccolta tutta la tribù per chiedere soddisfazione all’offesa, per aver calpestato e distrutto quelle pietre sepolcrali; anche se questo non era poi avvenuto.


11 Marzo 1995 Tombe - Lago Afrera 3° Campo
Partenza ore 06,30 Arrivo 17,00
Ore 10.30 - Km 140

Siamo svegli ancora prima dell’alba, pronti a smontare il campo e abbandonare in fretta quel luogo sinistro.
La pista ora sale ripida in mezzo a distese di rocce vulcaniche e a ciottolame di vario tipo. Tondi blocchi di nerissima ossidiana spiccano tutt’intorno.
Viaggiamo già da più di tre ore, quando, arrivati sopra un’altura, vediamo per la prima volta la sagoma del vulcano Afrera. Adagiato su un mare di lava stacca il suo nero profilo contro il cielo offuscato. A tratti, vortici di cenere sospinta dalle turbolenze della calura annebbiano l’orizzonte. Il grande vulcano si trova proprio nella nostra direzione di marcia, il nord. Sulla destra, in lontananza, una gigantesca muraglia si staglia quasi verticale, corre diritta in quella direzione digradando lentamente fino a perdersi ai limiti della depressione. Ci avviciniamo alla zona dove avvenne il massacro della spedizione Giulietti.
Dopo aver superato il monte Acoba, aggirandolo sulla sinistra, cerchiamo una pista che dovrebbe inoltrarsi ad ovest. Percorriamo quel tratto più volte nel tentativo di trovare qualche segno in quella estesa pianura alluvionale, incisa da un torrente secco e delimitata a nord dalle propaggini laviche del vulcano. Con l’aiuto della bussola satellitare e di una mappa (TPC), della Difesa Aerospaziale U.S.A., individuo tra le sabbie e le ghiaie una traccia che può essere la pista cercata. Decido allora di provare assieme ad Allem e alcuni altri, ad inoltrarmi con una macchina nella desolata pianura mentre il resto del gruppo rimane ad attenderci sotto l’unico imprevedibile riparo visibile in quell’infocato orizzonte: una acacia semi inaridita. Nel caldo torrido del sole di mezzogiorno, con il termometro che segna 51 gradi all’ombra non è possibile andare avanti, la macchina sprofonda continuamente in quelle ghiaie roventi e dopo alcuni tentativi decidiamo di abbandonare. Per arrivare al luogo dove presumo fosse avvenuto il massacro avremmo dovuto percorrere circa venti, venticinque, chilometri. La cosa si sarebbe potuta fare solo a piedi, con una carovana di cammelli e in un tempo non inferiore ai tre giorni.
Quando ritorniamo al campo, troviamo che alcuni di noi soffrono di dissenteria, certamente presa mangiando alla mensa del cantiere a Serdo. Per fortuna abbiamo ancora due provvidenziali meloni con noi, gli ultimi rimasti, che avevamo comperato al mercato di Asayta. Indispensabili per spegnere l’arsura delle nostre gole e far riprendere un po’ i nostri malati dalla sofferenza nella quale versano. Superata la distesa di sabbie vulcaniche, ritorniamo sul nero della lava che forma la base del vulcano Afrera. A passo d’uomo saliamo lo sconvolto apocalittico ambiente. Siamo giunti sull’orlo di una terra d’inferno quando ci appare nella bassura, lontano sull’orizzonte, il luccichio del lago Afrera e, ad est, la sagoma del vulcano Amarta.
Poco prima di giungere al lago incontriamo alcuni Afar che forse potranno dirci dove recuperare i cammelli che servono alla nostra spedizione. Immediatamente le nostre due guide iniziano con loro una lunga e interminabile conversazione. In questi luoghi deserti, data la rarità con la quale ci si vede, ogni incontro è motivo per scambiare notizie, informare e informarsi sugli accadimenti della vita, sulle nascite, sulle morti. Sapere degli spostamenti delle famiglie, degli animali, insomma aggiornare ed essere aggiornarti su tutto ciò che è accaduto. Quando la conversazione comincia a lasciare qualche spazio, facciamo la nostra richiesta. Ci fanno subito capire la difficoltà di trovare il numero di animali che noi chiediamo. Molte famiglie si erano già spostate altrove a causa del perdurare della siccità.
Percorriamo ancora circa due chilometri, e siamo sull’estrema punta sud del lago Afrera che si trova ad oltre cento metri sotto il livello del mare. Lungo venticinque chilometri e largo, nella parte più ampia, otto, il lago è una distesa di acque morte, alimentate da sorgenti calde, sature di sali che cristallizzandosi ne disegnano il bordo con schiume bianche. Intorno si vedono spuntare qua e là miseri gruppi di vegetazione palustre e qualche ciuffo di palma dum, mentre lente onde scivolano sopra le dense acque salmastre e si infrangono silenziose nelle melme che circondano le rive. Dietro di noi, le nere pendici dell’omonimo vulcano sovrastano un silenzio assoluto.
Sono le ore 17.30, la temperatura e l’afa sono ancora troppo elevate per piantare le tende. Mandiamo i nostri due Afar in perlustrazione nei dintorni alla ricerca di qualche accampamento nella speranza che trovino gli animali a noi necessari. Dalle informazioni avute a Serdo avremmo dovuto trovare qualche villaggio in prossimità del lago, ma di questi non c’è nemmeno l’ombra, solo alcune capanne sperdute nell’assoluta quiete e nel silenzio profondo che evoca un senso di morte. Al ritorno i nostri uomini ci riferiscono che hanno avvertito le poche persone che avevano incontrato e che domani, forse, avremmo avuto al campo alcuni cammelli e dei muli, altrimenti dovremmo andare a cercarli in un villaggio più avanti, a poca distanza da noi, così almeno ci dicono.
Di fronte al lago rischiarato dalla luna, e con il nero monte alle spalle, ci sistemiamo per trascorrere la notte.
La situazione dei nostri malati non lascia ben sperare. A parte Mario che comincia a sentirsi un po’ meglio, Giorgio è preda a febbre altissima e dissenteria. Chiuso nella sua tenda, dentro il sacco a pelo, tenta di riscaldarsi sebbene la temperatura esterna superi i 45 gradi. Paradossalmente il termometro deve scendere per rilevargli la febbre. Nel pieno della notte anche Daniela è colta da spasmi di vomito, non riesce a stare stesa, ai continui crampi allo stomaco si susseguono sforzi e rigurgiti. So cosa significa sentirsi male in questi luoghi isolati, fuori dal mondo, dove nessuno ti può soccorrere. Oltre alle medicine è importante sentirsi vicino al malato, fargli sapere che può contare su di te, sdrammatizzare, dirgli che tutto passerà presto e, perché no, scherzarci su. Insomma ci troviamo in una brutta situazione e non ci rimane altro che aspettare il domani nella speranza che le condizioni migliorino.


12 Marzo 1995 perlustrazione 4° Campo
Partenza ore 07,20 Arrivo 15,30
Ore 08.10 - Km 45

Alle 7,30 Claudio, Allem, una guida Afar, un autista e io, partiamo con il Pick-Up alla ricerca del villaggio. Dopo un primo tratto tra lava e fanghi salmastri, entriamo in un’estesa area nella quale affiorano improvvisi spuntoni di roccia e banchi di gesso. In questo terreno difficile procediamo a zig-zag, con continui sprofondamenti nelle piccole e insidiose depressioni colme di ceneri vulcaniche che minano il percorso. Siamo costretti a scavare con la pala e le mani, affannarci a spingere sotto un sole infernale, impastati in una maschera di sudore e di polvere sollevata dal rabbioso girare a vuoto delle ruote. L’aria tra cielo e terra trema sotto gli implacabili raggi che fanno ardere le immense desolate pianure. In questo caos magmatico vediamo intorno molte tombe, diverse dalle solite di forma circolare incontrate precedentemente, sono un irregolare mucchio di sassi scuri da cui si leva verticale una lastra di gesso. Come le lapidi nei nostri cimiteri. Bianco e nero contrastano violentemente in questo paesaggio di morte.
Arriviamo in un piccolo villaggio, probabilmente quello del quale abbiamo avuto informazione. Un misero gruppo di capanne con poche persone. Alcune donne sono intente ad intrecciare foglie di palma dum per fare delle stuoie che serviranno a coprire le capanne e per stendersi. Un vecchio, che a malapena riesce a reggersi in piedi, avanza barcollante verso di noi, ci mostra le magre gambe orribilmente deformate dall’artrosi e chiede di aiutarlo con le nostre medicine. Vuole che tocchiamo le parti doloranti del suo corpo nella speranza che noi, stregoni bianchi, possiamo guarirlo; ma non c’è niente da fare, e noi non abbiamo nulla da potergli dare che possa almeno illuderlo di stare meglio.
Anche qui ci dicono che più avanti si trova un villaggio con molte capanne e tanti tanti cammelli, ma non si capisce a che distanza sia, tutto è molto sul vago. Nessuno sa darci informazioni precise. Decidiamo lo stesso di fare un tentativo e aggreghiamo a noi un ragazzo perché ci guidi alla ricerca del fantomatico villaggio. Ormai ci siamo allontanati per più di venti chilometri dal nostro campo base. Prima costeggiando il lato ovest del lago e ora andando a nord ovest nella desolata Piana di Rorom, in direzione del vulcano Ummuna che ci appare sull’orizzonte confuso e fluttuante nella calura. Ad un certo punto non vedendo traccia del villaggio decidiamo di rientrare al campo. Non si può rischiare di più con una sola macchina.
Il ritorno è stato meno faticoso, seguendo le tracce lasciate all’andata siamo riusciti in parte a evitare i luoghi dove c’eravamo insabbiati.
Seduto sul fondo del cassone del Pick-Up, ho le parti basse del corpo martirizzate dai continui scossoni e sobbalzi dovuti al faticoso procedere su quella crosta lunare. Quando, ritornati in prossimità del lago, siamo incuriositi da un gruppo di palme più alte e meno rachitiche del solito che si trova vicino alla riva. Deviamo per puntare in quella direzione e, nell’insolito verde, scopriamo una sorgente d’acqua calda. Era la sorgente di Alganda, raggiunta da R. Franchetti nel marzo 1929. L’acqua ad una temperatura di circa 50 gradi, esce da una cavità tra le rocce e forma una pozza alta pochi centimetri. Provo ad assaggiarla e il sapore non mi sembra poi tanto cattivo da non poterla bere, però non voglio azzardare di più per non rischiare di aggiungermi agli altri quattro compagni che avevo lasciato al campo ancora in preda a febbre e dissenteria. Abbiamo approfittato dell’occasione per lavarci via lo strato di cenere e il sudore che ci appiccicava addosso, finché, l’arrivo di un Afar, sbucato all’improvviso dal nulla, ci costringe ad interrompere l’inaspettato piacere. Quella pozza è di sua proprietà. Attraverso Allem, apprendiamo che non possiamo usarla, se vogliamo lavarci dobbiamo andare a farlo nel rigagnolo che scola nel lago. Quell’acqua rappresenta la sopravvivenza per lui, la sua famiglia e i suoi animali.
Riprendiamo la via del ritorno e siamo ormai vicini all’accampamento, pressappoco a due chilometri, quando mi torna il ricordo di aver segnato sulla mappa, riportandolo dal libro di Nesbitt “La Dancalia Esplorata”, che proprio in questa zona dovrebbero esserci due pozze d’acqua dolce.
Allora, a gesti, interrogo un Afar, e lui, con lo stesso linguaggio, mi indica di andare verso un canalone che sale ripido tra lave e basalti. Con Allem e Claudio mi arrampico sugli arroventati massi che a volte sono costretto a toccare con le mani, solo per un attimo però, senza indugiare di più per non piagarmi di scottature. Dopo aver superato alcuni sbarramenti, vedo giù tra le rocce una buca profonda con poca acqua verdastra sul fondo. Mentre Allem scende, io continuo a salire ancora più in alto per verificare se ce n’è un’altra a livello superiore. Faccio quei passi in preda a una forte emozione, e quando mi appare la seconda buca, allora un brivido mi raggela: sono le “Pozze di Labedin”, proprio quelle descritte da Nesbitt nel lontano 1928.
Letteratura e realtà si confondono e l’impressionante silenzio di quei luoghi si riempie di voci e di suoni. Non so se i miei compagni colgano il senso di questa contemporaneità. Avere netta la sensazione che almeno qui il tempo sia lento, più lento del nostro.
Nella poca acqua rimasta sul fondo della pozza vivono dei pesci di una forma stranissima, mai visti prima d’ora. I più grandi sono lunghi dieci, quindici centimetri, la parte superiore della testa è grossa e deformata da una protuberanza ossea che la copre come uno scudo. Non sono in grado di stabilire di che pesci si tratti e perché sono lì. Tutto mi sembra ad un tratto tremendamente irreale, ma è solo un attimo, poi il calore rovente del sole prende il sopravvento.
Arriviamo al campo che la temperatura è ancora molto elevata, e si sente tanto più il disagio per l’umidità che permea l’aria in prossimità di quel plumbeo specchio d’acqua salmastra sotto di noi. Gli autisti stanno stesi sotto le macchine al riparo dai cocenti raggi del sole, come gli scorpioni dentro le loro tane, mentre il gruppo dei miei compagni sta accovacciato all’ombra di un telo teso tra le vetture. Mi consola vedere che tutti i malati si sono ripresi e stanno molto meglio di ieri.
I nostri due Afar ci dicono che forse verso sera sarebbero arrivati i cammelli. Stiamo nell’attesa in questo desolato e triste panorama, con la speranza che le nostre richieste possano avverarsi. Ed ecco che poco prima del tramonto, tra le foschie della calura che appena ora comincia ad attenuarsi, vediamo apparire le sagome dondolanti di sei cammelli e quattro muli. Alla loro vista tutti ci animiamo, noi perché saremmo partiti in carovana, gli autisti perché sarebbero ritornati d’un fiato a Serdo, senza voltarsi e sicuri che non avrebbero mai più messo piede in questi luoghi da incubo. Così ci dicono.
La luna è già alta e luminosa in mezzo al cielo. Gli uomini e gli animali ……………………….

………………… CONTINUA fino al giorno13 Aprile 1995

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