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Jamaica Alternativa
Claudio Cerquetti

Ecco alcuni paragrafi esemplificativi dello stile “alternativo” di questa pubblicazione. Purtroppo, mancando il glossario e il testo introduttivo, il tutto può sembrare un po’ slegato e incoerente.

Capitolo: Strade
Una piscina in testa. Durante il terzo viaggio in Jamaica ho avuto l’occasione di sperimentare quella che definisco “pioggia verticale”.
In Jamaica piove. E l’acqua, a volte, viene giù come una cascata, pesante e tanto fitta da non farti vedere neanche a pochi metri di distanza. L’acqua cade, dicevo, verticale, incurante del vento mentre i tuoni scuotono l’aria. I fulmini, poi, illuminano il paesaggio a giorno. E di giorno più che se fosse giorno.
E’ una baraonda che dura pochi minuti, al massimo un’ora nella stagione secca. E ad orari fissi. Dalle 9 alle 13 puoi startene comodamente seduto in spiaggia. Poi volgi lo sguardo a nord, e vedi una coltre nera come la pece. E’ il fronte nuvoloso che avanza, lento ma costante. Come una spada di Damocle pende sopra il turista ignaro, addormentato al sole con gli occhiali scuri, e aspetta di bombardarlo con milioni di goccioloni di acqua, pura ma durissima.
Il super cumulo è di un nero da giudizio universale, e niente può fermarlo. Un attimo prima che l’acqua raggiunga il suolo c’è una refoletta di vento, e poi il maglio liquido piomba al suolo.
E’ assordante: se abiti in una casa col tetto di legno, sembra che un milione di millepiedi giganti ci stiano camminando sopra.
Il diluvio forma cascate, laghi, fa cadere rami, blocca le auto e i motorini. Questi ultimi, ovviamente, sono i più condizionati dagli effetti della burrasca. Se devi fare una commissione importante, devi programmarla in base al tifone delle 13,15. E secondo la direzione e il verso in cui ti sposti. Il diluvio viene da nord, sempre, per cui se vai a Sav alle 8 di mattina, per fare due fotocopie, dovrai considerare che al ritorno sarai inseguito dal nuvolone: lento sì, ma che non conosce ostacoli come: perquisizioni stradali, strettoie in curva, ponti (nel cui corrimano si intravedono schegge d’osso e lamiere d’auto compresse a fisarmonica), mandrie di vacche, capre slegate, e altre amenità che possono, invece, rallentare la tua corsa verso il sole ed un riparo sicuro.
E’ proprio sulla strada per Sav che, per la prima volta, sono finito contro, o meglio dentro, un muro d’acqua. Ed è stata una collisione tutt’altro che piacevole. Il muro si presentava, da lontano, dapprima come una leggera nebbiolina in mezzo alla strada. A ben guardare, mi accorsi poi che in quella nebbiolina c’erano tante persone che stavano correndo al riparo. Ai lati della strada vedevo piante di ibisco illuminate dal sole, asciutte e immobili. Cinquanta metri più avanti, invece, le chiome degli alberi erano scosse in modo violento e disordinato dal nubifragio. Due secondi... e c’ero dentro. Dopo altri due ero completamente zuppo d’acqua, col motore che fumava come un geiser, e con le ruote che scivolavano sull’asfalto.
Ebbi il preciso istinto di fermarmi, aiutando la frenata strusciando le suole degli scarponi sull’asfalto, e di tornare indietro. E cos“ feci. Dopo dieci metri percorsi a ritroso uscii di nuovo all’asciutto. La gente era seduta a parlare in mezzo alla strada, gli alberi erano secchi, placidi come sempre, e sulla terra assetata bruciavano gli sterpi.
La scena descritta ricorre ogni qualvolta la strada corre dritta incontro al tifone. Ma se ci sono parecchie curve la storia è diversa: la pioggia verticale ti colpisce “una curva si e una curva no”, specialmente durante le fughe frettolose da Sav. In questo caso non devi frenare, NEVER (sennò scivoli in qualche voragine) e sperare che non ci siano troppe curve controvento.
Se invece sei fermo in spiaggia, riparato sotto un gazebo bucato, tra le foglie di palma, oppure a scopare nel tuo cottage, la percezione della periodica furia degli elementi cambia radicalmente. Ti distrai un attimo, e ti accorgi che di colpo il tifone se ne è andato, cos“ come è venuto. L’aria è limpidissima e fresca, i raggi del sole accendono il paesaggio circostante: i colori della vegetazione, del cielo e del mare, dopo il diluvio sono favolosi.
Sull’acqua che viene dal cielo, tanto temuta dai turisti di una settimana, è invece basata la vita degli agricoltori locali, ossia di tutta la popolazione. L’acqua riempie i fusti metallici (120 litri), nutre la vegetazione, porta la vita: insomma, è una benedizione.
Da quando sono yardy l’ho capito.
Oggi è una bella giornata - dici al turista - sicuramente pioverà.
Lui ti guarda aggrottando le sopracciglia e dice: come bella? In che senso? Veramente, noi eravamo venuti a prendere il sole...

Lungo le strade
La Jamaica si può visitare in vari modi: a piedi, compressi in un bus, in motociclo (se si vuole accorciare la propria permanenza su questa Terra), oppure chiusi in macchina, sigillati dal resto del mondo in una bara ad aria condizionata. Non voglio citare il taxi quale mezzo di trasporto. Non lo ritengo un modo di visitare la Jamaica, ma piuttosto un apparente “moto a luogo”, talvolta non terreno, che si affronta con l’espressione di un passeggero di montagne russe che sa che il binario si interrompe dietro la prossima curva.
Per il turista, almeno per un giorno, il taxi è praticamente inevitabile. E anche tu, se non sei un tour tuttocompreso e ti muovi solo in pullman, può capitarti di dover andare o venire dall’aeroporto. E’ una mezz’ora, quella, che tutti ricordano (quasi tutti, purtroppo) come uno scampato pericolo. La paura ti passa solo se hai provato di peggio. E a viverci ti capita il peggio e, talvolta, ti passa accanto (é un gigante in mantello nero, con un’enorme falce).
Facciamolo aspettare.
Comunque, dopo qualche mese di permanenza “on the road”, la paura se ne va e il trasferimento in taxi diventa quasi un viaggio magico. Dopo aver dato due tiri di ganja sali, anzi scendi, nel sedile sfondato. Ad ogni buca il cruscotto snodato, rotto in due o tre pezzi, si muove assestandosi. La pelliccia merinos sintetica sul sedile ti fa sudare le gambe. La corona regale sul cruscotto, oramai esaurita nella sua funzione di porta profumo, ti manda fastidiosi riflessi negli occhi; la plastica nera autoadesiva che ricopre tutti i vetri ti protegge dalle occhiate indiscrete delle capre slegate, ma anche degli stupendi bambini che ti guardano con occhioni enormi e sinceri (a volte ti salutano, e a volte ti gridano uaiti! - ossia, “bianchetto!”). Il reggae esce volgare dalle casse gracchianti, ma se capisci un po’ di patua ti metti a cantare e l’autista ti dà un cenno di rispetto, sbattendo il suo pugno col tuo. Ma in quel momento ti guarda, distogliendosi dalla strada. E tu, per non offendere lui e te stesso (non sono mica un bianco cacasotto, pensi), lo guardi negli occhi e lasci perdere la strada. Non te ne frega più.
Noi Rasta siamo protetti - disse un tassista affrontando il sorpasso di un autotreno in curva.
Sopraggiungeva un altro camion sulla corsia opposta.
Una mia amica era su quel taxi e non ha potuto raccontarlo.
Dopo i miei “dialoghi di Brancaleone con la morte” di qualche anno fa, oggi mi rilasso, e mi diverto quasi a sentire il telaio della Lada che svergola...

Tanti saluti... Viaggiando in motorino per le strade di Negril, si possono sperimentare i famosi: “Ciao finto e ciao falso alternati”. Di cosa si tratta? Ebbene, diciamo subito che lungo le strade c’è sempre tanta gente che cammina. Nella Jamaica che ho conosciuto non ci sono piazze, non c’è il baretto con la chiesetta accanto per sedersi e giocare a briscola. Ai lati della strada la gente vola, salta, cammina, qualcuno è seduto a vendere cinte e cappellini, altri sono sdraiati. Di altri sbuca solo una mano dalla terra, mentre altri sono totalmente sotto-terra: magari dormono sotto un cumulo di detriti scaricati da un camion. Comunque tutti, immancabilmente, quando passa un bianco (in macchina, a piedi o in motorino), non resistono alla tentazione di chiamarlo. E’ come se un impulso cerebrale irrefrenabile provocasse la contrazione del loro muscolo diaframmatico generando un fiotto di aria che, modulata da un meccanismo involontario, producesse il maledetto e inevitabile “YO!” (ehi tu!)
Uno YO! che ti raggiunge, ti afferra, e ti chiede imperioso: vieni qua che ti voglio rompere i coglioni! Lo YO! ti irrita, ti fa odiare la Jamaica, luogo che ami e non lascerai per nessuna cosa al mondo. E, peggio ancora, te la fa immaginare luogo perfetto, ma senza i suoi abitanti. Abitanti che in quel momento sei portato a considerare tutti uguali e tutti “scassapalle”, commettendo l’errore con la E maiuscola: fare di tutti un fascio, pensare che siano tutti come i più evidenti, dimenticando la massa umile e santa. Che poi è la maggioranza.
Ma torniamo al visitatore, e allo “yardy bianco non riconosciuto”, che se ne va per i fatti suoi, in motorino.
Scampati alla raffica di YO! veniamo comunque notati e salutati, talvolta apostrofati gratuitamente (bomboclat!). Tutti, in ogni caso, cercheranno di comunicare con noi. Donne comprese. Ad esempio si può evitare l’occhiolino di Scotchbonnit, o il culetto occhieggiante di Sharon, ma non si può certo tapparsi le orecchie mentre Charmien ti grida tutto d’un fiato: YO-taliano-mi-uonna-scopare-no-pagare! Il tutto percepito a volume che va pian piano affievolendosi mentre ci allontaniamo scoppiettando (i più timidi possono tapparsi le orecchie ma non è prudente lasciare il manubrio, specialmente se si sta percorrendo la maledetta rotatoria sinistrorsa...).
Ma torniamo a questo famoso “Ciao vero e ciao falso alternati”.
Se sei un turista ingenuo, tutti sembrano schietti ed amiconi. Ricevi un Ciò! (con la o di onda, ossia un ciao storpiato) ogni cento metri, frammisto a una serie di saluti incomprensibili. E ti ritieni comunque appagato.
Se sei Yardy, invece, ti incazzi perché ti capitano, appunto, i “ciao veri”, emessi da quelli che lo sanno che vivi lì (e che hai istruito con una serie di “mi liv iar!” - ossia: “io VIVO qui!” gridati a gran voce nei giorni precedenti) e i “ciao falsissimi”, preposti solamente a farti fermare e quindi ad appiopparti una fregatura grandiosa (…)

L’etichetta. Molti Jamaicani amano l’etichetta. E’ vero. Vi sarò sembrato un po’ critico, fin qui, ma adesso devo proprio onorare il merito. I Jamaicani, o meglio, la gente di Negril, amano l’etichetta. E infatti non la tolgono. Basta guardare i ragazzetti filiformi che oscillano nelle piste da ballo all’aperto, con una Guinness in mano (style) ed un cappelletto con il talloncino ancora attaccato che oscilla a tempo di musica. Oppure l’etichetta catarifrangente delle scarpe made in Usa che brilla di notte al passaggio delle auto.
Non cos“ i Rent, che avrebbero di che ostentare il nuovo regalo d’importazione riportato dalla bianca “silfide” di turno. Ma sono tipi discreti, loro.
Ma Etichetta non è solo questo.
E’ tutto ciò che può abbellire, rendere originale e nuovo il capo d’abbigliamento (o chi lo indossa). E’ l’ABC dello “style”, dell’essere IN, alla moda (wa dat? - Cos’é quello? si dice guardando un tizio con uno straccio fuxia in testa che gli finisce in bocca - a stail, man! - risponde fiero). Tutto ciò é da non confondere col Jamaican style che non è una frivolezza ma un baluardo che delimita una serie di atteggiamenti che rendono i Negril people, che ne vanno fieri, il miglior/peggior popolo del mondo, a seconda delle esperienze.
L’etichetta viene ostentata nei luoghi di incontro, concerti, bar ecc. In discoteca, se si tratta del talloncino legato col filo di nylon, e anche in... pasticceria. La scena seguente si svolge in un negozio del centro commerciale di Negril.
“Ero in coda per prendermi un coco bread (un “simil calzone” da rosticciere, ma vuoto) quando mi accorsi che la commessa stava servendo i clienti con un Viks inalante (la candeletta di plastica bianca che diffonde aromi mentolati) infilato nella narice sinistra. L’oggetto rendeva l’aspetto delle froge della dama particolarmente buffo e asimmetrico.
Ogni tanto la signora dava un tiro, cercando di stringere il più possibile la narice non impegnata, coinvolgendo tutti i muscoli della faccia (dal maxillo all’adduttore sopraciliare) e facendo vibrare di piacere il balsamico inalatore.
Di fronte a lei un avventore americano di mezza età, in pantaloncini e canotta bianca, con collo e chierica paonazzi, guardava allibito. Per non farsi capire dalla principessa, il tizio commentava la scena velocemente e in un oscuro dialetto dell’Oregon.
La sua espressione, mentre guardava la moglie, era al limite tra il disgusto e la risata fragorosa (ou nou!).
Dopo aver infilato la fetta di torta richesta nella bustina di plastica, e vincendo l’attrito tra la rossa glassa e la superficie interna sulla quale andava a spalmarsi, la gentildonna comunicava il prezzo all’avventore. La cadenza dell’eloquio veniva scandita dal bianco inalatore, come fa il direttore d’orchestra con la bacchetta”.

Multa, multissima pulizia
Rivivo la scena, come in una regressione ipnotica: la stanzetta è colma di cartacce; ogni piano visibile strabocca multe e fogli scritti, timbrati, accartocciati; al tavolo siede un cop che trangugia il contenuto di un box-food: riso e pollo viscido ricoperti di ketchup semitrasparente. Mastica e si lecca le dita, stacca pezzetti di pollo e sputacchia schegge di osso. Ho un buco allo stomaco e lo invidio. A un certo punto costui prende una penna nera, scivolosa come un’anguilla, poi timbra un foglio con le mani unte, e inizia a scrivere il verbale. Ma la penna sguscia, e il tipo non riesce a scrivere. Inizia quindi a cercare qualcosa per pulirsi le mani: scansiona, rapidamente la superficie del tavolo con lo sguardo felino, poi individua il bersaglio. Dai vari documenti ghermisce la multa di un fortunato cittadino: con essa rimuove i residui untuosi di pelle di pollo dalla mano destra, poi circumnaviga il perimetro delle dita della sinistra e, infine, se la passa tra i palmi delle mani, appallottolandola con gesto abile. E la povera multa, bolo alimentare in cellulosa appiccicosa, finisce a terra... e rotolando insegue un terrorizzato cockruog, come la palla di Indiana Jones nel tempio maledetto.
“Dicevamo? Disse il sergente - Allora, nome di battesimo?”

Un personaggio fra i tanti descritti nel libro… Clof (Clough). Clough assomigliava al negrone becchino Catfish, guardiano del cimitero, che nel film Maledetto il giorno che ti ho incontrato di Carlo Verdone, faceva scottanti rivelazioni sulla morte di Jimi Hendrix. Solo che Clough aveva più capelli e più anelli alle dita di Catfish. Una facciaccia da galera, piena di cicatrici, con una voce roca alla Mista lova lova (la pubblicità a pupazzetti di pongo dei jeans Levi’s di qualche anno fa. Mista boombastic!).
Comunque, in mancanza di meglio, se il condizionatore dell’auto si rompeva, l’unico posto per farlo riparare era la pseudo officina del trucido Clough. Egli viveva in una scatola di truciolato umido che conteneva il suo letto e qualche ricambio metallico, in un cortile affacciato sulla strada per il westend. Approdai, anzi, naufragai da lui (idraulico, meccanico o meglio, improvvisato distruttore di altrui beni), dopo una serie di vicissitudini che mi avevano portato a 90 chilometri da Negril per riparare il condizionatore della mia Honda Civic. Sulla strada del ritorno, da Rose Hall verso Negril, l’immondo compressore si era rotto di nuovo e un sinistro sbuffo gassoso, proveniente dal motore, mi indicava che il freon del circuito di condizionamento era tornato alla sua essenza volatile. Dopo alcuni giorni di caldo e imprecazioni, tornai dal riparatore che, in cambio di altri soldi, non fu capace di migliorare la situazione. E alla fine caddi da Clough. Non sarebbe servito a niente, faceva parte della farsa, ma almeno per una non-riparazione avrei risparmiato 180 chilometri di guida. Clough lavorava male, in modo approssimativo, e quando pioveva doveva interrompere il suo operare poiché l’inesistente officina, fuori della sua baracca unta, era all’aperto. E badate bene, non dico “baracca unta” con tono sprezzante e altezzoso, ma perché non era dignitoso il personaggio che la occupava.
Durante la “riparazione”, il mostro abbracciava il muso della macchina, ungendo di grasso nero la bianca vernice del cofano: per sostenersi, mentre con la mano destra fingeva di svitare un qualcosa posto sotto al motore, con l’anellone alla mano sinistra graffiava la vernice scoprendo il nudo metallo.
Non pagai mai i 250 dollari Jamaicani richiesti per quell’opera. Ma un giorno, qualche mese dopo, Clough si presentò a piangere alla mia porta chiedendo un prestito di 1000 dollari Jamaicani per una improbabilissima motivazione. Sapevo che non li avrei mai rivisti... ma glieli diedi lo stesso. Bisognava pur premiare l’interpretazione...

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