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India settentrionale
SIKKIM
di Mario Rossi



Ai piedi della Dimora dei Cinque Tesori

Verso la valle segreta del riso
Lasciamo l’affascinante Darjeeling (2134mslm) seguendo una tortuosa e sconnessa strada che si snoda come un serpente attraverso le famose piantagioni del tè più consumato nel mondo. La vista spazia su di un’immensa e sconfinata distesa di piccoli cespugli, che con il loro verde acceso ricoprono, formando fantastici disegni astratti, le impervie e ripidissime colline. Più avanti, i monti, rivestiti da impenetrabile foreste intervallate da colture terrazzate, ci scorteranno fino a Gangtok, capoluogo del Sikkim. Questo territorio, incastonato nell’Himalaya orientale tra il Tibet il Bhutan ed il Nepal, è divenuto nel maggio 1975, dopo numerosi disordini fra le diverse etnie, il 22° Stato dell’Unione Indiana.

“I Cinque Forzieri della Grande Neve”
I duemilacinquecento chilometri di montagne, di ghiacciai eterni, di flora e di fauna ricchissima della Dimora delle nevi (Ima Laya, in tibetano), formatesi 50 milioni di anni or sono dall’immane collisione tra la zolla indiana e quella euroasiatica, non sono solo formati da paesaggi fantastici, ma sono anche la culla di culture, di religioni, di miti e leggende che perdurano indisturbate fino ai nostri giorni. Il Kanchenjunga o Yul-lha (“Protettore del Paese” o “ I cinque forzieri della Grande Neve”), che con i suoi con i suoi 8597 metri è la terza vetta del pianeta, svetta con i suoi dirupi ghiacciati di un bianco scintillante come una sorta di schiacciante totem agli dei. Venerato dai Lepcha, dai Bothia e dai nepalesi è considerato più che una montagna: è una deità protettrice, un Dio locale che vigila, assicurando pace e prosperità sull'intera regione. Secondo una leggenda Lepcha è a partire dai picchi e dai ghiacciai della “Dimora delle Nevi” che furono creati il primo uomo e la prima donna. I cinque picchi che compongono il massiccio vengono associati dai Buddisti ai cinque elementi che costituiscono il cosmo e che sono aria, fuoco, acqua, terra ed etere; ai cinque materiali che rappresentano la ricchezza del Sikkim il sale, le pietre preziose, le piante medicinali, l’orzo e il riso; ed infine ai cinque animali sacri per la religione Buddista, la tigre, il leone, l’elefante, il cavallo e il Garuda, essere mitico con il corpo d’uomo e la testa d’uccello. Di leggende e miti è intriso ogni angolo del Sikkim, ed è proprio sulle cime innevate del Kanchenjunga che vive la leggenda dello Yeti (ye=roccia, teh=animale). Nell’autunno del 1962 sarebbe stato avvistato nei pressi del monastero di Pemayangtse dallo studioso e cercatore di orchidee Tse En Tashi. Viene descritto come un grande essere dall’aspetto di scimmia dalla testa appuntita, con il pelame rado tra il nero ed il marrone fulvo, alto più di due metri e che vive tra i 3000 e i 3500 metri di altitudine. Scende a valle solo per nutrirsi del muschio salato delle morene. I Lepcha lo chiamano Lomung (Spirito della Montagna) o Chumung (Spirito delle Nevi), e viene venerato come Dio della caccia e dei cervi.

Attraverso le ondulate colline
Di buon mattino, accompagnati dall’aria frizzante dell’alba, partiamo. La strada si srotola seguendo le sinuose curve delle montagne. Le risaie sono dappertutto e spiccano sui ripidi e impervi pendii come enormi scalinate. I vapori della notte si sollevano da ogni dove, rendendo molto suggestivo lo scenario di colline adagiate ai piedi delle montagne più alte del mondo. La stagione invernale è uno di quei rari periodi in cui le nuvole non celano il paesaggio. Le pendici dei monti, ricoperte da una fitta vegetazione, sono state disboscate e terrazzate con colture di riso, mais, frumento, orzo miglio, cardamomo e arance. Nell’alto Sikkim buona parte della popolazione pratica l’allevamento di yak e capre. In estate il bestiame viene portato ai pascoli ubicati oltre i 4000 metri di quota.
Le distanze in Sikkim vanno misurate in tempo e non in chilometri. Il nostro viaggio si presenta più lungo di quanto ci aspettavamo. Le mille curve a cavatappi, senza lasciarci un attimo di tregua, sfidano il nostro debole stomaco. Il paesaggio man mano che avanziamo verso Pemayangtse diventa più erto. Le profonde valli sono ora circondate da alti e selvaggi monti, i cui pendii sono ricoperti da una fitta vegetazione arborea e dove penetrarvi significa entrare nel regno della penombra. La profusione di aranci, colmi dei succulenti frutti, regala una nota di colore al paesaggio incupito della stagione invernale.

Enchey Chaam
Il primo incontro con il buddismo l’abbiamo a pochi chilometri da Gangtok, durante la visita al gompa di Enchey (Luogo della Solitudine), appartenente alla Scuola non riformata dei Beretti Rossi. Nell’oscurità residua della notte udiamo una musica lontana, fluttuante, riecheggiare lungo le morbide colline. Poi si fa più forte e vibrante, tanto penetrante da infiltrarsi da tutte le parti e divenire il rumore dominante nella debole aurora. La voce delle lunghe trombe telescopiche e il suono degli strumenti d’ottone colmano l’aria e annunciano l’inizio della importante festa religiosa danzata chaam che si protrarrà per tre giorni nel monastero di Enchey. I tibetani giungono da ogni dove salmodiando i mantra. Pure i nepalesi, gli indiani e qualche raro turista occidentale si accalcano fra la marea di gente che affolla il cortile del monastero, trasformato per l’occasione in palcoscenico. Le elaborate danze, interpretate dai monaci, mettono in scena l’eterna dicotomia tra il Bene e il Male con il trionfo del Bene. L’intenso brusio dei pellegrini, intervenuti alla celebrazione, cessa di colpo quando, terminate le preghiere dei monaci all’interno del Dukhang, fa la sua apparizione l’orchestra monastica segnando così l’inizio del chaam. Il mormorio cavernoso dei monaci salmodianti si diffonde nell’aria, le lunghe trombe telescopiche dal suono grave gemono, i piatti squillano e l’enorme tamburo segna il ritmo lento e preciso dei passi dei danzatori. Nel cortile si è formato un ampio cerchio di donne, uomini, bambini, giovani ed anziani. All’interno di esso i monaci compongono la ricca e variegata scenografia del pantheon Buddista. Sono sontuosamente rivestiti con gli splendidi costumi di broccato di seta dagli elaborati disegni. In testa indossano terrificanti maschere, ricavate dal legno duro e leggero della gigante pianta parassita chiamata zar, pitturate, laccate ed ornate. Le maschere hanno il compito di allontanare gli spiriti del male e difendere il Buddismo. I monaci rievocano, in forma mimata, leggende ed episodi riguardanti la vita delle loro divinità. Le danze non sono semplici recitazioni, ma un’identificazione del monaco mascherato con la deità che egli stesso personifica. Ogni passo, ogni movimento ha un significato rituale accuratamente codificato e coreografato dagli antichi testi Buddisti. Una fra le più affascinanti è la danza dei Cappelli Neri. I monaci, in voluminose vesti dalle ampie maniche e con larghi cappelli, piroettano nella corte rievocando una drammatica vicenda del passato: la vittoria del Bene sul Male. La folla è indescrivibile. Le donne, incaricate di servire agli spettatori la birra locale, tongba, un decotto di miglio su cui si versa più volte dell’acqua bollente, arrivano a fatica a riempire le enormi tazze ricavate da canne di bambù. Tre giovani monaci mascherati da buffoni (gli atsara rappresentazione degli antichi maestri della filosofia indiana) e armati di enormi ortiche, oltre a tenere ordine nella turbolenta ressa, che sembra più scatenata che mai, portano del grottesco nel corso della cerimonia, inseguendosi e scambiandosi ogni sorta di dispetti.
Oggi è un giorno importante. La massa indecifrabile di spettatori, con gli abiti per le grandi occasioni, osserva in raccoglimento e con profonda devozione i monaci attori interpretare la danza del Giudizio dei Morti e l’uccisione finale del demone. Il Maestro dei Morti, raffigurato da una terrificante maschera rossa sormontata da cinque ridenti teschi, accompagnato da un Dio bianco e da un demonio nero (testimoni delle azioni compiute dalle persone durante la vita terrena), assisterà alle danze individuali dei monaci mascherati con effigi di animali dall’aria feroce. Con passi soavi e ripetitivi, con dinamici e agili volteggi essi mimano le buone azioni (bianche) e le cattive (nere) compiute da ogni essere vivente che si presenta al Bardo (stato intermedio, il passaggio fra la morte e la rinascita). Il Maestro dei Morti, a rappresentazione terminata, emetterà il verdetto finale, ossia se accogliere o no il terrestre fra gli esseri celesti.
Il chaam terminerà solo dopo la grande processione in cui verrà definitivamente debellato il demone. al suono delle trombe, il corteo, con in testa i monaci e seguiti a breve distanza dai numerosi fedeli accorsi alla cerimonia, si dirigerà all’entrata dl monastero. Qui, fra lo schioppettio di micidiali petardi e alla fine di elaborati rituali, l’abate infliggerà l’ultimo colpo mortale all’immagine d’argilla che simboleggia il demone. Sconfitto il Male, i pellegrini, appagati, rilassati e purificati dalle tossine della vita quotidiana, sotto la calda luce del tramonto lasciano il tranquillo e solitario Gompa di Enchey, che per tre giorni ha illuminato la colorita scenografia di devozione che caratterizza la vita religiosa della “Valle nascosta del riso”. E nei nostri pensieri lungamente il ricordo di un popolo unito da una profonda e serena religiosità, cuore pulsante che anima questo piccolo regno himalayano dalle usanze millenarie.


di Mario Rossi


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