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SUI SENTIERI DEL GRANDE ALAJ
di Mario Rossi
Per gentile concessione di Marco Polo Guideviaggi



"... e quando l'uomo è in su quelle alte montagne, trova un piano tra due montagne, ov'è molto bello pascolo, e havvi un fiume molto bello e grande, e sì buona pastura, ch'una bestia magra vi diventa grassa in dieci dì. Quivi ha tutte selvaggine e assai; e havvi montoni selvatici assai e grandi, e hanno lunghe le corna sei ispanne o almeno quattro o tre." "... si va ben dodici giornate sanza abitazione, ne' non si trova che mangiare, se altri no' lo vi porta. Niuno uccello non vi vola, per l'alto luogo e freddo; e fuoco non v'ha il calore ch'egli havvi in altre parti, ne' non è così cocente." "... e quando l'uomo va oltre [...] per montagne [...] passa molti fiumi e luoghi diserti; e per tutto questo luogo non si trova albergagione ne' abitazione."
Nelle parole con cui Marco Polo narra l'attraversamento del Pamir si coglie lo stupore del viaggiatore veneziano di fronte alla grandiosità e alla solitudine delle alte valli, fertili ma impervie, di quello che egli crede essere il "luogo più alto del mondo".
Sette secoli dopo, le stesse valli e le stesse cime candide di neve mantengono inalterata la loro selvaggia bellezza. Le più solitarie e inaccessibili tra loro, sono state solo marginalmente sfiorate dal turbine della storia. Le marce dei conquistatori, il cammino dei viandanti, le carovane dei commercianti, non passavano di lì. Gli itinerari delle migrazioni e dei commerci che misero in contatto il mondo mediterraneo con quello delle steppe mongole e degli splendori dell'impero cinese, le aggiravano a nordovest oppure a sudest, lungo due varianti dell'antica "via della seta". Il Grande Alaj, che della catena del Pamir geograficamente fa' parte, occupa l'estrema porzione settentrionale della catena, a cavallo tra le Repubbliche ex-sovietiche dell'Uzbekistan, del Tagikistan e del Kirghizistan. La sua localizzazione discosta dalle tradizionali vie di comunicazione, ne fa' una delle aree meno abitate e conosciute dell'Asia centrale. Una terra per lunghissimo tempo preclusa agli occidentali, che solo dopo il fallito golpe dell'agosto '91, è stata aperta al turismo internazionale. Noi ne abbiamo percorso sentieri e valli, guadato fiumi e valicato passi, primi tra i viaggiatori dell'ovest ad avventurarci in questi luoghi aspri ma di incontaminata bellezza.

Lasciamo la fastosa e antica capitale di Tamerlano, Samarcanda, addentrandoci nell'arida steppa uzbeka. Verso oriente le acque del Syr Daria opportunamente canalizzate, trasformano la valle di Fergana in fertili colture. Quando la strada inizia a salire le prime pendici dei monti, il caldo afoso e opprimente lentamente svanisce. Giungiamo al piccolo borgo di Shakimardan nel giorno della fiera settimanale che attira genti dai villaggi vicini. Uzbeki, tagiki e kirghisi, si mescolano in una festosa confusione di costumi e colori. Al campeggio appena fuori dal paese ci aspetta una sorpresa. Una troupe della televisione uzbeka, impegnata in un servizio sul nascente turismo locale, è venuta a sapere che un gruppo di italiani si appresta ad attraversare il Grande Alaj. Ci chiedono un'intervista: mai prima d'ora si erano visti europei occidentali tra questi monti!
Vissuti i brevi attimi di un'effimera celebrità viene il momento di calzare gli scarponi. E' l'ora dei sentieri impervi che promettono fatica e avventure, delle lunghe marce sotto il peso degli zaini alla scoperta di paesaggi ignoti.
Sobbalzando sulla pista sassosa e precaria il camion ci lascia e si allontana. Il rombo del motore rimbalza di roccia in roccia smorzandosi in lontananza. L'ultimo contatto con la "civiltà" è reciso. Siamo soli, ai piedi di cime che puntano dritte al cielo in un susseguirsi di monti verdi e, più lontano, grigi e azzurri e infine bianchi di neve e ghiaccio. Il silenzio è rotto solo dal pigro sciaguattare di un torrente. Indaffarati e un po' infreddoliti ci aggiriamo tra i sacchi dei viveri e i bagagli, impazienti di iniziare la marcia e tuttavia ancora esitanti a caricarci dei pesanti zaini e a muovere il primo passo.
- Andiamo? - chiede Sergej, sfoggiando gran parte del suo incerto italiano.
- Idite! (Avanti!) - Rispondo nel mio russo improbabile.
La pista carrabile muore pochi passi più avanti, al primo guado di molti che seguiranno. Il sentiero s'inerpica ripido sul fianco del monte. Curvi sotto il peso degli zaini iniziamo la nostra fatica. Quando il sole è ormai tramontato dietro la cresta del monte, raggiungiamo uno spiazzo erboso tra i ginepri arborei presso la riva del torrente Allaudin, dove rizziamo il campo. Via via che il cielo sprofonda precocemente nel buio della notte, il freddo diventa fastidioso, obbligandoci ad una cena veloce e ad una rapida ritirata nelle tende.
Il giorno seguente la sveglia è all'alba. Ci aspettano i 4000 metri del Gumish, il primo dei passi più impegnativi della traversata. Ad una prima ripida salita che ci porta a superare il limitare dei boschi, segue un lungo falsopiano punteggiato di stelle alpine (che i kirghisi chiamano "impronte di lince") dove pascolano mandrie di yak neri e pelosi. Vediamo in lontananza una tenda di pastori, ma è troppo lontana per poterla raggiungere. Il sentiero segue il corso di un torrente da cui a tratti si discosta per poi ricongiungersi più a monte. Nel primo pomeriggio siamo ai piedi dell'ultimo ripido tratto che conduce al passo. Macchie di neve biancheggiano fra i ghiaioni neri e acuminati su cui arranchiamo faticosamente. Dal passo lo spettacolo e' grandioso: di fronte a noi, al di là di una profonda vallata, s'innalza sino alla nostra stessa altitudine e poi ancora più su, una muraglia di vette e ghiacciai incorniciati dall'azzurro del cielo limpidissimo. La discesa dell'altro versante e' disturbata dal vento, tuttavia scendiamo rapidamente percorrendo uno stretto sentiero tra ghiaioni.
Sul fondovalle, a quota 3400 m., montiamo il secondo campo nei pressi delle rive del Gaumish, quasi omonimo del vicino passo, un fiume ampio e turbinoso. Quando gli ultimi portatori arrivano alle tende, le ombre della sera hanno già inghiottito il campo e le pendici più basse dei monti, mentre le vette nevose ancora scintillano nell'ultimo sole. Nell'incerta luce vespertina lo zoccolio sul greto del fiume di un galoppo impetuoso, annuncia l'arrivo di due pastori kirghisi. Rivolgendosi ai nostri portatori si informano su di noi. Poiché restano a cavallo, immobili e avvolti nei pesanti cappotti di montone, li invitiamo a restare un poco nostri ospiti per sorseggiare tè e vodka attorno al fuoco del bivacco.
La notte è buia e priva di stelle. Mentre attizzo le braci seduto su una pietra squadrata, ascolto con attenzione le parole di Satar:
-... e quando ci si avvicina i cavalli si innervosiscono, s'impennano, nitriscono, rinculano e si rifiutano di proseguire. Non c'è vita laggiù. Non ci sono ne' animali ne' piante. Una volta, ignorando i consigli dei vecchi, ci andai con due amici. Quando verso sera arrivammo, fummo presi da un senso di oscuro timore. Durante la notte non riuscimmo a dormire, oppressi da una angoscia indefinibile. I rari momenti di sonno erano affollati da incubi terribili. Passai quasi tutta la notte camminando nervosamente attorno alla tenda attendendo ansioso il sorgere del sole. Alle prime luci dell'alba fuggimmo via e giurai di non tornarci mai più. Le "valli morte" sono tetre e misteriose. C'è qualcosa di strano laggiù e di inquietante, ma cosa sia non lo so. I nostri vecchi, loro sì, sanno, ma non ne vogliono parlare...
Col viso illuminato dai bagliori rossastri del fuoco Satar termina il racconto vuotando d'un sorso il suo bicchiere di vodka, infischiandosene dei precetti dell'Islam. Il racconto del pastore aveva un sapore fantastico e misterioso. Quella faccenda delle "valli morte" aveva acceso la mia fantasia e la mia curiosità. Era la prima volta che ne sentivo parlare, ma dopo di allora non persi occasione di interrogare sull'argomento i pastori che incontrammo. Spesso ne conoscevano l'esistenza, tuttavia notavo una certa reticenza a parlarne. Qualcosa in più, però, riuscii a sapere. Sergej, la nostra guida, mi disse che forse quelle valli erano abitate dallo Yeti il cui influsso malefico non permetteva altre vite. Mi disse di aver conosciuto un pastore che giurava di aver incontrato quell'essere misterioso, alto più di due metri e molto peloso, in una "valle morta" a 60 Km ad est del ghiacciaio Abramov nei pressi del Passo Sarikaol nel Piccolo Alaj. Seppi anche di un'altra "valle morta" situata nella regione di Sok, 40 km ad ovest delle sorgenti calde di Djalisù. Ve n'è più d'una di queste valli, ma sempre sono piccole e di difficile accesso. Mi parlarono di veleni che impediscono la vita, di eventi misteriosi avvenuti in tempi non molto lontani. Qualcuno parlò di arsenico e di piombo, altri raccontarono storie fantastiche, ma l'ipotesi più inquietante, che forse rende più comprensibile la reticenza dei vecchi e di coloro che più sanno ma tacciono, ha un suono sinistro: radioattività.
La valle del Gaumish corre rinserrata tra alte montagne. Poco dopo aver lasciato il campo, inaspettatamente troviamo alcune incisioni rupestri. Talmente inaspettatamente che mi ci ero seduto sopra senza accorgermene. Sono figure di pastori, capre, cavalli e animali selvaggi. Più avanti la valle si allarga a formare un'ampia distesa ghiaiosa solcata dai bracci del fiume. Poi precipita, in tumultuoso fragore, in una profonda gola.
Incontriamo un cacciatore kirghiso sul suo piccolo cavallo. La zona è ricca di selvaggina: lupi, stambecchi, orsi, linci, marmotte... . Superata una sella, un sentiero a strapiombo ci immette nella valle del fiume Djalisù. La risaliamo per lungo tratto tra verdi pascoli e qualche raro, rozzo rifugio di pietra dei pastori. Quando arriviamo alle sorgenti calde, il sole, già vicino al tramonto, è impegnato in una lotta con pigri banchi di nuvole gialle che, lentamente lo circondano e lo inghiottono. C'è appena il tempo di montare le tende fra i rivoli di acqua solforosa, prima che il buio avvolga la valle. Il mattino seguente indugiamo a lungo immersi nelle pozze di acqua tiepida. E' magnifico e salutare. E aiuta a smaltire la fatica della lunga marcia di ieri.
A Djalisù ci sono tre diverse sorgenti di 70, 50 e 38 gradi centigradi. Attorno a quella più calda è stato costruito con rozze pietre un bugigattolo, che riempiendosi di vapore, viene usato come sauna. Nello stretto pianoro delle sorgenti, vi sono due altre costruzioni più grandi in pietra e tronchi. I viandanti, che arrivano sin qui da molto lontano per beneficiare dalle acque termali, possono trovarvi rifugio per la notte. In pozze solforose separate si immergono uomini e donne, queste ultime completamente vestite. Alcuni uomini, intanto, si aggirano indaffarati tra asini e cavalli preparandosi a una lunga marcia. Mentre fotografo un ragazzino coi suoi asini, un anziano dalla barba appuntita, si avvicina chiedendomi se animali simili esistano anche nel nostro Paese. Sembra sorpreso dalla mia risposta affermativa, non riuscendo a capacitarsi a quel punto del perché sto a sprecare foto con asini e ragazzini. Si offre allora come soggetto di assai maggior interesse mettendosi in bella posa con aristocratica dignità. Sorridendo lo accontento, promettendo di inviargliene una copia. Ci resta ancora tempo per approfondire questa e altre conoscenze, scambiare doni e raccogliere informazioni prima di riprendere la marcia.
Djalisù in kirghiso significa "acqua calda". Con questo nome si identificano sia il luogo delle terme, sia il fiume grigio e limaccioso che scorre nella valle, sia, addirittura, il ghiacciaio, che certo caldo non è, da cui il fiume nasce qualche chilometro più a monte. La toponomastica in questa regione è assai approssimativa e poco fantasiosa. Diverse montagne, passi, valli e ghiacciai sono ancora privi di nome. Le cime stesse, oltre che anonime, spesso sono inviolate.
Abbiamo qualche problema con i portatori russi. Due di loro (su quattro) denunciano problemi fisici e devono tornare indietro. Questo ci costringe ad abbandonare buona parte dei viveri che presto cominceranno a scarseggiare. Guadiamo con qualche difficoltà il fiume in un tratto dove le acque sembrano meno turbinose che altrove. La successiva salita è faticosa ma con viste spettacolose. La parete gessosa al di là del fiume si colora di strabilianti sfumature bianco-rosate. Di qua, invece, il sentiero s'inerpica bruscamente prima di costeggiare piccoli laghetti e affrontare una cupa valletta glaciale.
Il quinto giorno di marcia si annuncia con un'alba livida. Il cielo è greve e percorso da nuvoloni cupi e minacciosi. A tratti pioviggina. Il tempo è molto variabile e nel giro di poche ore passiamo da un cielo limpidissimo, alla pioggia, alla neve e ancora a un tiepido sole. La traversata del ghiacciaio Kungur e la salita all'omonimo passo (4500 metri d'altitudine), ci impegnano duramente. Il sentiero gradatamente svanisce nel nulla, lasciandoci nell'incertezza sulla via da seguire. Ghiaioni, sfasciume, pareti quasi verticali, ghiaccio, crepacci e l'altitudine rendono l'arrampicata ardua e a tratti pericolosa. Ciottoli e grossi sassi smossi rotolano rumorosamente a valle sfiorando i compagni che seguono. Nel gruppo non mancano bravi alpinisti. Enzo e Tito hanno modo di mostrare la loro esperienza, aprendo tracce e lavorando con corde e piccozza quando è necessario. Sarà la tappa più dura della traversata, con oltre undici ore di marcia e circa duemila metri di dislivello complessivi. Verso sera montiamo il campo ai piedi del ghiacciaio Abramov. Quando terminiamo di consumare la cena, arrangiata alla bell'e meglio coi viveri rimasti, già la valle quietamente dorme nel blu della notte.
Nei giorni seguenti la marcia prosegue tra paesaggi vari e affascinanti. Spesso ci accompagna il fischio delle marmotte che subitamente zittisce quando dal cielo piomba un'aquila a ghermire la preda. Gli attraversamenti dei fiumi si alternano agli incontri con pastori in groppa ai loro morelli. Sono sempre molto ospitali e non mancano di offrirci yogurt o pane cotto al momento apposta per noi. In cambio chiedono corde per legare il bestiame. Dei soldi non sanno che farsene: lungo i tratturi creatisi dal millenario passaggio di mandrie e greggi nella solitudine dei monti, sono solo pezzi di carta inutili.
La valle del Koksu è un alternarsi di strette gole solcate fragorosamente dal fiume che le da il nome e di verdi pascoli dominati dalle alte cime innevate. Più a est ne lasciamo il corso meridionale per risalire le rive di un suo affluente: lo Djugurtash. Questo è un torrente spavaldo ed elusivo. Risalendone la stretta valle popolata da farfalle coloratissime, improvvisamente ne perdiamo le tracce per ritrovarlo più a monte quando riappare in un'ampia e sterile distesa ghiaiosa. Nel primo pomeriggio, a 4020 metri d'altitudine, sull'unico spiazzo pianeggiante libero dai ghiacci, montiamo il campo più alto del trekking. Preparare il pasto risulta difficoltoso. L'acqua fatica a bollire e il riso a questa altitudine non cuoce. Tornano alla mente le parole di Marco Polo: sembra proprio che quassù il fuoco non abbia il calore che ha altrove.
Al mattino, svegliandoci, troviamo le tende coperte da un leggero strato di ghiaccio. Siamo a ridosso dell'aspra impennata che precede il passo "31". Nella frizzante aria mattutina ci arrampichiamo sino ad incontrare un'ampia morena e al di là un ghiacciaio che aggiriamo. Fatichiamo non poco ad aprirci un sentiero per arrivare a questo terzo e ultimo passo che le approssimative mappe sovietiche identificano semplicemente con un numero. La discesa sull'opposto versante ghiacciato risulta ancora più impegnativa. Qualche scivolone e un paio di cadute si risolvono con pochi danni e un po' di paura. La sottostante valle dell'Arua-Kanish è molto lunga e si abbassa lentamente di quota. Lungo l'interminabile discesa, ormai senza viveri, otteniamo ospitalità da una famiglia di pastori: marito, moglie e due bimbi, tanto isolati dal resto del mondo che da qui occorrono quasi due giorni di dura marcia per raggiungere l'insediamento umano più vicino. La graziosa Bakta Gul (Fiore Fortunato) ci prepara una cena frugale a base di minestra di riso servita, in mancanza d'altro, in un secchio di quelli usati per mungere le vacche. Non ci formalizziamo e divoriamo tutto in un lampo. Ripaghiamo il pasto lasciandole alcuni medicinali che ci sa chiedere con competente dovizia di termini. E' immaginabile la sorpresa con cui scopriamo che la giovane pastorella è nientemeno che laureata in medicina!
Durante l'ultimo giorno della traversata percorriamo la bassa valle dell'Arua-Kanish, incassata tra pareti altissime e verticali. Man mano che scendiamo di quota la vegetazione sin qui bassa e punteggiata di arbusti, va crescendo, allargandosi, infoltendosi, ridiviene alberi e si erige in tronchi sempre più forti, alti, quasi prepotenti. Poi il fiume si ramifica in vari bracci che si perdono nel folto di boschi di grandiose betulle, macchie di sorbo e ginepri. L'ambiente è selvaggio e suggestivo.
Tra la vegetazione compaiono improvvisi alcuni ruderi e le tracce appena visibili di una vecchia strada travolta dalle piene del disgelo e ormai invasa dagli arbusti. Sono i resti di un antico villaggio kirghiso distrutto negli anni Trenta dalle truppe dell'Armata Rossa del generale Budjoni. In quegli anni i sovietici repressero duramente le popolazioni locali sospettate di appoggiare i Basmaci, i guerriglieri islamici che negli anni Venti e Trenta si opposero tenacemente alla penetrazione sovietica. I morti e i profughi causati dalla repressione furono innumerevoli, tanto che la popolazione kirghisa residente si ridusse drasticamente. I Basmaci si rifugiarono fra i monti e nelle valli più inaccessibili del Pamir e da lì attaccarono, con tecniche di guerriglia, le installazioni militari comuniste. Quegli stessi sentieri guerreschi percorsi dai Basmaci sono stati da noi utilizzati come traccia per la traversata del Grande Alaj.
Proseguendo nella discesa, la valle si amplia ad accogliere i primi coltivi, poi nuovamente si restringe in una interminabile gola arida, triste e monotona. Al calar della sera raggiungiamo il villaggio di Karaul, minuscolo e dimenticato: siamo alla conclusione della nostra lunga marcia tra i monti. L'indomani, con mezzi di fortuna, raggiungiamo l'antico centro carovaniero di Osh, all'estremità orientale della depressione del Fergana, una valle nota sin dall'antichità per la forza e bellezza dei suoi cavalli, la maestria degli armaioli e la dolcezza dei succosi meloni.
Nel grande bazar di Osh il suono di nenie orientali si confonde con il cicaleccio di idiomi incomprensibili mentre gli odori e i profumi si intrecciano indissolubilmente. Stretto nella colorita ma soffocante confusione di ogni mercato orientale, alzo lo sguardo verso la solitudine degli orizzonti lontani: ad oriente velate dalla lontananza s'affacciano le vette azzurrine del Tien-Shan; a mezzogiorno le cime innevate del Grande Alaj svettano possenti. Mentre mi difendo dalla calca chiassosa, mi tornano alla mente le parole del mistico Milarepa: "Nelle deserte pietraie dei monti troverai uno strano mercato: vi puoi barattare il vortice della vita con una beatitudine senza confini."


di Mario Rossi


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