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India
UN VIANDANTE TRA I MONASTERI DEL LADAKH
di Mario Rossi



Incastonato tra le maestose vette del Karakorum e dell'Himalaya, all'estremita' settentrionale dell'India, il Ladakh appare in un ampio scenario di valli desolate, aride pietraie e picchi inaccessibili.
Tra le prime regioni a venire in contatto, nel III^ secolo a.C., con il Buddhismo, il Ladakh, chiamato anche Piccolo Tibet Indiano, ha conservato sino ad anni recenti una spiccata identita' etnica, culturale e religiosa con il Tibet propriamente detto, che da oltre mezzo secolo stato invaso ed inglobato nella Repubblica Popolare Cinese. Durante la rivoluzione culturale degli anni sessanta/settanta (1966-1976), il fanatismo delle guardie rosse maoiste, inferse colpi tremendi nel tentativo di sradicare ogni testimonianza del Buddhismo in Tibet, dove su oltre duemila istituzioni e centri religiosi, se ne salvarono si e no una ventina, disperdendo per sempre immagini sacre, manoscritti, tesori d'arte e un patrimonio culturale millenario di valore inestimabile.
Grazie alla sua appartenenza al territorio indiano il Piccolo Tibet e' rimasto indenne da questa immane tragedia ed i monasteri hanno potuto conservare intatte le loro ricchezze culturali, artistiche e spirituali.
E' alla ricerca di questi luoghi dello spirito, dove e' piu' facile entrare in contatto profondo con se stessi, che i miei passi e i miei giorni mi hanno condotto.
La strada militare che da Srinagar conduce a Leh, l'antica capitale del regno del Ladakh, e' una delle piu' alte al mondo. Da giugno a settembre, soli mesi nei quali e' percorribile, lunghe code di autocarri sgangherati si arrampicano sui ripidi tornanti che salgono agli oltre quattromila metri del passo di Fotu-la. Durante i restanti nove mesi, la neve e il gelo, che non di rado fanno scendere il termometro a 40-50 gradi sotto zero, isolano la regione dal resto del mondo.
Al disotto della linea delle nevi eterne, una fascia nuda e aspra scende ripida in vallate profonde, dove il corso di torrenti e ruscelli e' bordato da sottili strisce di vegetazione, unica nota di colore vivace tra le sfumature dei grigi e dei marroni sotto un cielo immenso e purissimo.
Il paesaggio e' punteggiato dal bianco dei chorten che ovunque, solitari o a gruppi, si innalzano a testimoniare la profonda religiosita' delle genti che abitano queste terre.
Fedeli alle loro origini e alle loro tradizioni e quasi insensibili allo scorrere del tempo, i tibetani del Ladakh continuano a vivere gli arcaici ritmi biologici che da sempre regolano la loro dura vita fatta di poverta' e privazioni.
Eppure, come ebbe a dire il Dalai Lama a proposito del popolo tibetano, "questo e' uno dei popoli piu' felici della terra". E aggiunse: "Qualcuno ha detto che il segreto va cercato nella fede buddhista. Troppo facile. E molto approssimativo. Il Buddhismo ha esercitato ed esercita una profonda influenza su questa gente, ma la cultura tibetana non e' soltanto religiosa, anche se il Tibet e' terra di monasteri. Il Buddhismo ci ha dato un principio fondamentale, che e' quello della non-violenza: un principio che, agli occhi degli occidentali, sembra riguardare sopratutto il rapporto tra gli uomini. Se il tibetano e' andato piu' avanti su questa strada, fino ad escludere la violenza da tutti i suoi rapporti col mondo che lo circonda, e non soltanto con i propri simili, questo lo deve alla fede ma anche all'ambiente dove ha avuto il privilegio di vivere. Il Tibet e' luogo splendido e unico. Nei suoi grandi spazi e nei suoi profondi silenzi l'uomo comprende che i problemi dello spirito sono molto piu' importanti di quelli materiali."

Quando dopo aver superato l'ennesima curva, davanti ai miei occhi, in fantastica posizione, appare il monastero di Lamayuru, la mia emozione e' forte. Il gompa, il caratteristico monastero tibetano, sorge su un colle isolato in posizione dominante rispetto alle bianche case del villaggio che gli si rinserrano attorno.
Percorrendo le viuzze che conducono al portale del gompa, incontro diversi chorten sulle cui basi si aprono le nicchie delle ruote di preghiera, attorno ai quali alcune donne circoambulano recitando mantra.
Salite le scale che si affacciano sullo stretto cortile interno, un monaco mi accompagna lungo le buie stanze del monastero affollate di statue di Bodhisattva, lasciandomi infine solo al cospetto di un'antichissima immagine di Vairocana velata dalle bianche kata, le sciarpe di leggero cotone offerte in segno di devozione.
In un profondo silenzio, tra pareti affrescate e tanka antichissimi, mentre l'acre fumo che sale dalle lampade di burro di yak vela le immagini dinanzi ai miei occhi, mi soffermo in intensi momenti di meditazione.
Lasciato Lamayuru, il sole e' ormai quasi al termine della sua corsa nel cielo quando il precario bus indiano con cui proseguo il viaggio, inoltrandosi in paesaggi lunari tra bianche rocce strapiombanti sulla valle dell'Indo, affronta tornanti mozzafiato come in tanti anni di viaggi in giro per il mondo non mi era mai capitato di vedere. Sono ormai nel cuore del Ladakh, dove il mio girovagare tra valli e gole, valichi e picchi, mi portera' a visitare e a sostare via via nei maggiori monasteri della regione: Mulbek, Alchi, Saspol, Spitok, Phyang, Leh, Shey, Tikse, Hemis...
Ma e' a Likir che potro' partecipare alla "festa del Mandala".
Quando dopo una lunga salita raggiungo il monastero, un suono di campanelle e il basso ritmico cantilenare dei monaci mi accolgono nel cortile piu' interno del gompa. Una moltitudine di fedeli assiste silenziosa. In mezzo al cortile, seduto su uno scranno di pietra, un Lama in abiti da cerimonia compie offerte gettando sul fuoco di sterco di yak che arde ai suoi piedi, orzo e piccole sculture di burro plasmato con le dita, mentre un gruppo di monaci, seduto sotto il porticato, lo accompagna con la nenia cantilenante della lettura dei testi sacri. Durante molti giorni i monaci del gompa, hanno costruito con infinita pazienza un grande mandala dai vivaci colori: oggi nel corso della festa, il mandala viene portato in processione sino alle rive di un torrente che scorre poco piu' a valle e laggiu' ne viene fatta offerta. La processione e' aperta da due grandi rag-dun, corni di rame lunghi tre metri, che vengono trasportati con l'aiuto di due giovani novizi. Il loro suono mugghiante si accompagna al tintinnio delle campanelle dei monaci, che seguono nelle loro tonache amaranto e gli alti berretti gialli che contraddistinguono i monaci Gelupa. Alcuni tra loro, disposti a coppie, battono ritmicamente su tamburi a pelle inchiodata, oppure soffiano nei rgya-glin strumenti musicali simili ad oboe a forma di cono. Infine, percorsa una parte della vasta pietraia e giunti sulle rive del torrente, dopo la lettura di altri testi sacri, il mandala viene ridotto in piccoli pezzi e affidato alle gelide acque che scorrono verso il fondovalle.
Mentre monaci e fedeli sciamano verso il monastero oppure verso la vallata, un silenzio rotto solo dal vento e dal gorgoglio dell'acqua mi avvolge nella vasta immensita' dei brulli monti che fanno da corona al gompa di Likir. Nel profondo blu del cielo, bianche nuvole frastagliate si rincorrono veloci sospinte dal vento.
Sono ormai sulla via del ritorno e prima di superare gli ultimi valichi che mi condurranno in Kashmir voglio compiere un'ultima deviazione per raggiungere il monastero di Rizong, che sorge appartato tra i monti, discosto dalle strade piu' frequentate.
Nella penombra di stanze ricoperte da antichissimi tanka e da maschere di deita' terrifiche dai colori vivaci, per ore i monaci siedono su due file di cuscini affiancati; alcuni di loro leggendo da vetusti testi sacri, altri recitando a memoria, salmodiano un canto responsoriale a piu' voci dal tono privo di accenti che si mantiene su note sempre uguali e gravi; a tratti il suono di strumenti dalle note basse e prolungate, quasi mugghianti, accompagna la lettura, poi il suono argentino dei piatti di bronzo si sovrappone a quello sordo dei tamburelli in un crescendo d'intensita' di grande suggestione, per raggiungere infine il punto culminante dove per un attimo i suoni s'interrompono. L'atmosfera e' di grande misticismo e raggiunge punte di elevata intensita'. Nei momenti di pausa, alcuni giovani novizi, servono ai monaci, e a me stesso che assisto alla preghiera, il gur-gur, un te' salato ed emulsionato con burro di yak. Poi le letture, i canti, i suoni e l'atmosfera di spiritualita' riprendono con piu' vigore.

Il mio viaggio e' ormai alla fine e superando il valico di Zoji-la mi appresto ad abbandonare il territorio ladakho; l'ultima immagine che si offre ai miei occhi, in un grandioso scenario di vette, e' quella di una multitudine colorata di veli di preghiera che garriscono al vento, diffondendo su tutta la terra l'influsso benefico dei mantra.


di Mario Rossi


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