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Repubblica Popolare Cinese
TRA LE MINORANZE ETNICHE DELLO YUNNAN E DEL GUANGXI
di Mario Rossi


In Cina, che per vastita' è la terza nazione del mondo dopo Russia e Canada,vivono oggi circa 1 miliardo e 300 milioni di persone.Un abitante su cinque del pianeta Terra, e' dunque cinese.
Il 93% della popolazione cinese e' rappresentata da genti di etnia Han.
La restante parte della popolazione cinese e' frammentata in 56 minoranze etniche diverse, oltre la meta' delle quali vive nelle estreme regioni del Sud-ovest del Paese.
E' in queste aride cifre la chiave per capire la diversita' di un viaggio nelle province dello Yunnan e del Guangxi rispetto ad un viaggio nella Cina piu' classica e affollata delle regioni nordorientali: Un viaggio nel sud e' quindi, soprattutto, un viaggio tra le minoranze etniche del piu' popoloso Paese della Terra.

L'INCONTRO CON LE GENTI DI ETNIA SANJA
Shilin le rocce carsiche assumono aspetti fantastici.I sentieri piu' arditi si inerpicano paurosamente tra strapiombi e angusti passaggi, costeggiando laghetti, e scalando i pinnacoli della Foresta di Pietra.
Nel XIII^ secolo quando, dopo la conquista del Regno di Dali da parte dei mongoli di Kubilai Khan, i Sanj, un sottogruppo dell'etnia Yi, si insediarono in questa regione, l'aspetto curioso del paesaggio stimolo' la nascita di fantasiose leggende.
In esse si narra di fanciulle sperdute tra le rocce e minacciate da mostri lacustri, oppure di intrepidi giovani decisi a rubare agli dei, magiche fruste capaci di far muovere massi giganteschi.
Sono proprio questi massi giganteschi sorpresi in cammino dal sopraggiungere delle prime luci dell'alba che, svaniti i magici poteri, restano immobilizzati come un esercito di giganti pietrificato, dando così origine alla Foresta di Pietra.
Dieci milioni di anni fa' l'impatto del subcontinente indiano con l'Asia provoco' l'innalzamento della crosta terrestre, dando origine alla catena dell'Himalaya di cui l'altopiano dello Yunnan rappresenta la propaggine piu' orientale.
Le acque si andarono allora lentamente ritirand, e la pioggia e il vento morsero ed erosero il calcare di quello che fu il fondale oceanico; la pietra si spacco' e profonde ferite segnarono le rocce.
Oggi le rocce dalle strane forme hanno nomi poetici come "I due uccelli che si imbeccano" o "La fenice che si pettina le ali" ed e' in questo paesaggio tra il drammatico e il fiabesco, che incontriamo le prime fanciulle Sanj, dal viso dolce e dal sorriso aperto.
Nei tratti pare di intuire l'origine mongola di queste genti, ma l'aspetto piu' curioso e' senz'altro il vistoso copricapo: una cuffia dai colori sgargianti ai cui lati si innalzano un paio di vezzose orecchie da gattina.
Queste "orecchie" in realtà sono il segno distintivo delle giovani nubili, e quando un ragazzo Sanj le sfiora con la mano, esprime in questo modo la sua proposta di matrimonio.
Sulle spalle portano perennemente una sacca di tela blu; i costumi hanno colori vivaci e ricchi ricami e non e' raro incontrare un gruppo di donne sedute nell'ombra intente nell'arte del ricamo, artigianato che sara' poi offerto alle numerose comitive di turisti cinesi.
Il flusso di turisti in questa zona, notevole e incessante e quasi esclusivamente locale (oggi qui siamo i soli occidentali), ha tolto un po' di genuinita' ai modi delle genti Sanj che vivono nella Foresta di Pietra, cosicche' l'aspetto piu' autentico del loro modo di vita lo scopriamo solo piu' tardi in un villaggio ad alcuni chilometri a ovest di Shilin.
Per arrivare al villaggio percorriamo una strada che si snoda tra campi molto curati, risaie a terrazze, laghi e fiumi, in un paesaggio di poetica bellezza.
Incontriamo lungo il cammino un gruppo di donne che sciacqua panni e stoviglie nel ruscello, mentre una vecchia nel suo abito blu, arranca faticosamente su uno stretto sentiero sotto il peso di un pesante bilanciere.
Nei campi le donne al lavoro, talvolta col bimbo sulle spalle, indossano abiti piu' austeri.
Nel villaggio stretti vicoli si insinuano tra le case, tra le quali non sono rare quelle costruite alla maniera tradizionale, con mattoni di fango e tetto in paglia di riso.
Sulle porte immagini di corpulente divinita' dai baffi spioventi occhieggiano severe: sono i guardiani celesti che proteggono le abitazioni dai demoni malvagi.
Sotto un porticato un vecchio seduto con lo sguardo perso nel vuoto trae nuvole azzurrognole dal suo bong di bamboo, una sorta di grosso tubo usato come pipa ad acqua.
Nei campi e nelle strade non vedo uomini al lavoro.
Mi ricordo allora che la societa' Sanj e' tradizionalmente organizzata in matriarcato, alle donne compete il lavoro, ma anche il comando.
Gli uomini se ne stanno invece, chissa' dove, a giocare alla morra cinese (pietra, carta, forbici).
Nel villaggio, oltre a individui di etnia Sanj convivono, anche se ben separati, genti di etnia Han.
La graziosa e simpatica Zhang Hai Yun, che mi fa da guida, mi conduce a visitare una casa di gente Han tra i più benestanti del villaggio, raccontandomi come oggi sia una ricorrenza particolare.
Moltissimi anni fa' una disastrosa alluvione semino' in queste terre morte e distruzione, ed e' in ricordo di cio' che si onora in questo giorno la memoria degli antenati.
La casa è in mattoni cotti e col tetto coperto da tegole grossolanamente invetriate, l'interno e' spoglio e semibuio, ma il pavimento in terra battuta e' pulito e si ha una sensazione di lindore.
Sulla parete principale del locale festoni di carta colorata addobbano le tavolette degli antenati, dinnanzi alle quali bruciano odorosi bastoncini di sandalo.
La tradizione vuole, narra la mia guida, che questo sia un giorno di piogge copiose, anche se oggi, per mia fortuna, in cielo splende un limpido sole!TRA LE POPOLAZIONI BAINello Yunnan settentrionale è situata la prefettura autonoma di Dali,.
Abitata dal popolo Bai, un'etnia di stirpe birmano-tibetana.
La storia di questo popolo, che risale a 3000 anni fa, ha il punto di suo massimo splendore nell'VIII^ secolo, quando il principe Biluoke riusci' a imporre la sua autorita' sulla zona fondando il Regno di Nanzhao: un regno schiavista che resistette accanitamente e con successo ai tentativi espansionistici dell'Impero cinese della dinastia Tang.
Nel X^ secolo pero', esasperati dalle inumane condizioni di vita, i contadini guidati da Duan Siping, si sollevarono in una rivolta antischiavista che porto' al rovesciamento del Regno Nanzhao sostituendolo con il Regno di Dali, basato su un'organizzazione di tipo feudale.
Questo nuovo regno mantenne la sua autonomia sino al 1523, quando le milizie mongole di Kubilai Khan, riuscirono a sopraffarlo integrando il territorio nell'Impero Celeste.
Ai piedi dello Yunnong, uno dei 19 picchi che compongono la catena dei monti Cangshan, non lontano dalle rive settentrionali del Lago Erhai, sgorga un fonte chiamata "la sorgente delle farfalle", a cui e' legata un'antica leggenda Bai.
Si racconta che secoli orsono, un giovane cacciatore e una bellissima fanciulla, vivevano un amore contrastato dalle brame di un signorotto locale affascinato dalla bellezza della giovane donna.
Ripetutamente il tiranno tento' di rapire la ragazza.
Perseguitati nel loro amore i due giovani decisero infine di sottrarsi alle sue insidie gettandosi nelle acque del lago, da cui magicamente ne riemersero trasformati in splendide farfalle.
Ecco perche', dicono i Bai, ogni anno tra la fine di aprile e gli inizi di maggio presso questa sorgente, si radunano migliaia di farfalle che, riempiendo l'aria di un'apoteosi di colori, compiono i loro giochi d'amore.
Non lontano da questa fonte sorge il villaggio di Zhoucheng, ancora intatto nella sua antica struttura, e autentico nei costumi e nelle tradizioni di questa etnia Bai.
Quando vi giungiamo nelle calde ore del primo pomeriggio, sulla piazza del mercato, i vecchi del villaggio dalle bianche barbe che ispirano saggezza, siedono chiacchierando e fumando, mentre tra le bancarelle che espongono i prodotti dei campi e della pesca, un ciabattino confeziona pantofole multicolori di sorprendente bellezza.
Tutte le donne vestono i costumi tradizionali.
Le piu' anziane indossano camice blu e tuniche nere, mentre le giovani portano camicette bianche su cui spiccano rossi bolerini senza maniche strettamente legati in vita da nastri colorati.
Sopra i pantaloni fanno mostra di sé vivacissimi grembiuli di broccato; tra i capelli una vivace cuffia e allegri nastrini multicolori, ne ingentiliscono ulteriormente l'aspetto.
Le ragazze Bai, di norma piuttosto graziose, tengono molto al loro abbigliamento e alla loro snellezza, tanto da avere come ideale di bellezza il vitino da vespa.
Se volete fare un complimento ad una ragazza Bai, ditele che assomiglia ad una vespa! I costumi delle giovani variano da villaggio a villaggio, secondo l'eta' e lo stato civile, cosicche', con un po' di pratica, e' possibile riconoscere una ragazza di Dali da una di Shaping, e trarre dal suo costume ogni altra informazione possa servire per riconoscerle.
Da sotto una gerla un'anziana donna mi fa cenno di seguirla con la mano e attraverso stretti vicoli lastricati di granito mi conduce ad un tempio nella parte alta del villaggio.
Qui, alcuni uomini, all'ombra di alberi frondosi, fumano giocando un gioco a me sconosciuto, ma simile alla dama.
Anche se non sembra siamo in un tempio benzhu.
La religione Bai e' un miscuglio di credenze in cui Taoismo, Confucianesimo e Buddismo si fondono in uno strano sincretismo tra loro: con il culto degli Antenati, ma anche con quello di animali, eroi o personaggi storici divinizzati (i benzhu appunto), che vengono venerati in tempi in cui sembra di respirare piu' un'aria di agnosticismo o di superstizione, che non di misticismo e spiritualita'.
Ogni villaggio ha il suo proprio benzhu a cui i fedeli, quasi sempre donne, recano offerte in occasione di eventi importanti quali matrimoni, nascite, viaggi.
Cio' tuttavia non impedisce ai Bai, di recarsi ai tempi buddisti che sorgono lungo il lago.
Uno tra i piu' venerati e' quello di Xiao Putuo, che sorge su un'isoletta presso le rive orientali.
Qui, al cospetto di una statua del Buddha sorridente A Mi Tuo Fo, una vecchina, dietro piccolo compenso, porge un cilindro di bamboo da cui estrarre un bastoncino numerato, poi, scelto tra tanti il foglietto a questi corrispondente, si potranno leggere ed interpretare le frasi, talvolta sibilline, su di esso stampate cercando di trarne gli auspici per il proprio futuro che quasi immancabilmente risultera' sfacciatamente radioso.
Per incontrare le genti Bai intente nei propri lavori, la cosa migliore e' gironzolare in bicicletta senza meta tra villaggetti e viottoli di campagna, tra le risaie e lungo le rive del lago, dove, se si e' nel periodo giusto, si possono vedere all'opera i pescatori con i loro cormorani addomesticati.
Dalle rive del lago Erhai lo sguardo spazia sino al picco Yuji, la piu' elevata delle vette della catena del Cangshan.
Nelle giornate serene il picco e' spesso sormontato da una chioma di nuvole, ricordando l'immagine di una giovane donna dai capelli sparsi sulle spalle che rivolge il suo sguardo verso il lago.
Questo fenomeno viene soprannominato dalla popolazione Bai "le nuvole della ricerca dello sposo".
Ogni volta che il fenomeno si verifica, un forte vento proveniente dai monti Cangshan agita le acque dell'Erhai.
Secondo una leggenda Bai che si perde nei secoli, una principessa si innamoro' di un giovane contadino.
Il re suo padre, al colmo della collera, trasformo' il giovane uomo in una lumaca di pietra e la getto' sul fondo del lago.
La principessa, colta dalla disperazione, si getto' nel lago annegandosi, ma un prodigio la trasformo' in una chioma di nuvole fluttuante sulle acque, alla ricerca del suo sposo mancato.

UN FUGACE CONTATTO CON LE GENTI YAO
Al villaggio di Sishuei ci arriviamo dopo aver percorso numerose ore a bordo di un bus inerpicandosi sui tornanti dei monti ad ovest di Guilin nella provincia dello Guangxi.
Una macchia di colore rompe il grigio della fredda giornata: sono alcune donne Yao che chiacchierano vivacemente tra loro.
Il bus si ferma ed un gruppo di infreddoliti personaggi del tutto fuori posto coi loro vestiti leggeri e i visi stranieri, discende.
Le donne, sorprese, zittiscono.
I due gruppi si guardano con curiosita, e forse con un po' di sospetto, poi gli "alieni" scesi dal bus, lentamente si avvicinano alle donne Yao e si odono sommessi scatti metallici: "click!", "click!".
Piedi nudi contrapposti a costose scarpe da treking, magliette Lacoste stanno dirimpetto a tuniche di tela grossolana.
Spunta una caramella, e una mano si protende pronta a riceverla.
Il ghiaccio e' rotto: sorrisi, parole vicendevolmente incomprensibili. Eppure ci si capisce.- "Ne vuoi una anche tu?"- "Xiexie!"- "Prego!"Il nostro accompagnatore cinese dice che qui forestieri non se ne vedono, e di stranieri ancora meno.
Poi ci spiega che queste donne appartengono a uno dei due gruppi in cui si suddivide l'etnia Yao: quelli di questo villaggio appartengono agli Yao delle montagne che, per via dei calzoni (che ricordano i "fuseaux" occidentali) blu scuro o piu' spesso neri, indossati dalle donne, sono detti Yao neri.
Giu' nella valle vivono gli Yao bianchi invece, le cui donne sono solite indossare calzoni piu' chiari.
Tutte, alle orecchie, portano pesanti orecchini a cerchio, e hanno i capelli neri e lucidi raccolti in un largo chignon sulla fronte.
Lentamente si raduna una piccola folla.
I primi ad arrivare sono i bambini, poi gli anziani, e infine anche gli uomini si avvicinano.
Alcuni tra loro indossano ancora la casacca blu, di maoista memoria.
Nel frattempo la diffidenza è svanita.
Le ragazze simulando un riserbo più di circostanza che reale, tra risatine e gridolini, si nascondono l'una l'altra fingendo di sottrarsi agli obiettivi delle nostre macchine fotografiche.
In realtà sono smaniose di esser riprese.
L'autista del nostro bus ci richiama strombazzando col clacson: ecco che bisogna ripartire! Come si puo', in pochi attimi fugaci, avvicinarsi, seppur di poco, alla comprensione di queste genti, ai loro gesti, alle loro usanze, a un modo di essere cosi' diverso dal nostro e da cui ci separano differenze culturali che si perdono in nebbie millenarie? Resta un senso di incompiuto, un desiderio di fermarsi almeno un altro po' per cercare di conoscere, e di capire.
Rimane il desiderio insoddisfatto di dire quello che la babele delle lingue impedisce di comunicare a chi ti guarda da dietro un radioso sorriso, con quei begli occhi sprofondati nei tuoi, che per un attimo, un attimo solo, hai sentito cosi' incredibilmente, intimamente, compenetrati in te, desiderosi di conoscerti...e che non rivedrai piu!

IN UNO SPERDUTO VILLAGGIO DEGLI ZHANGIl villaggio Quiao Huo, poche case sperdute tra i monti, e' raggiungibile solo a piedi.
La strada, che attraversando le colline del tè prima, e una regione montuosa di boschi e risaie a terrazze poi, giunge nei pressi del villaggio, si ferma al di la' del fiume che per un lungo tratto abbiamo visto spumeggiare tra i massi del fondovalle.
Lo stretto ponte che lo scavalca in un'unica lunga arcata, e' fatto con assi di legno, e sotto il peso dei passi scricchiola e ondeggia alto sul fiume.
A prima vista il villaggio pare deserto, ma nelle risaie sulle pendici del monte si intravedono contadini al lavoro coi bufali.
Gli specchi d'acqua delle risaie giungono sin quasi alla base delle case costruite in scuro legno di pino.
Sono case a palafitta nelle quali talvolta la parte inferiore e' adibita a ricovero per gli animali.
Le risaie si susseguono in terrazze che salgono i fianchi della montagna, separate tra loro da sentierini rialzati, stretti come assi d'equilibrio, sui quali i contadini camminano sicuri, curvi sotto il peso dei bilancieri da cui pendono secchi d'acqua o ceste ricolme.
Anch'io mi voglio cimentare in prove di equilibrismo e risalgo cosi' verso le case piu' isolate del villaggio; l'acqua gorgoglia saltellando dalla risaia della terrazza piu' alta a quella piu' a valle, mentre le rane si nascondono tuffandosi, e le anatre fuggono starnazzando spaventate dal mio sopraggiungere.
Su un sentiero piu' in basso si destreggia un improbabile ciclista con la bici... in spalla.
Svoltando da dietro un ciuffo di bambù su di un ripido sentiero, due donne si fermano di colpo, sorprese dalla mia presenza; il bimbo con loro, spaventato da quell'uomo alto e biondo e dalle strane fattezze, quale io sono per lui, si mette a piagnucolare.
Ricordo di avere qualche giocattolino con me; ne ho sempre qualcuno da regalare ai bimbi in casi come questo.
Mi frugo un po' nelle tasche poi lo trovo, e glielo porgo.
Mi aspetto un sorriso, ma invece il suo sguardo e' perplesso e pensoso e al momento non ne capisco il motivo.
Poi guardo meglio il mio dono: ... e' un piccolo sottomarino di plastica!


di Mario Rossi

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