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Russia
TRA TAIGA E MAR BIANCO
di Mario Rossi




UN COLTELLO NELLA NEVE
Duecento chilometri a nord del Circolo Polare Artico, le notti di mezza estate non sono mai completamente buie. Il sole, dopo aver attraversato tutto l'arco celeste, si avvicina all'orizzonte, tramonta brevemente e presto rispunta per cominciare un nuovo lungo giorno.
Riposandoci dopo il trekking tra i boschi e le rive di laghetti smeraldini, progettavamo l'escursione dell'indomani. La notte bianca scorreva via senza che ce ne accorgessimo, parlando e cantando accoccolati attorno al fuoco nella radura tra i pini resinosi e le betulle. Il cielo era ancora luminoso eppure il nuovo giorno era già cominciato.
­ C'è una bella vista dal Passo Ris-charr; la salita e' un po' faticosa ma ne vale la pena; ­ disse Sergej il capocampo della base dei Soccorritori forestali di Kirovsk dove alloggiavamo ­ vi accompagnerà Sacha: conosce bene la strada.
Sacha era il più giovane milite in servizio alla base sulla riva orientale del fiume Risijok. La base era l'unico insediamento abitato nel raggio di quaranta chilometri ed il punto ideale da cui partire per esplorare quella zona nel cuore della penisola di Kola.
L'indomani partimmo di buon'ora. La taiga ricopriva interamente le vallate ai piedi dei monti Hibiny ed era percorsa da fiumi tumultuosi le cui acque gelide placavano la loro irruenza solo immettendosi in tranquilli laghetti incastonati nella foresta boreale, dove le tracce di alce e di gallo cedrone erano frequenti.
Man mano che il sentiero saliva di quota, i boschi di conifere rapidamente scomparivano. Le pendici dei monti si accesero allora dei luminosi colori dei licheni. In quel tappeto vegetale verde, giallo e rosso il passo affondava morbido. In fondo alla valle ancora si intravedeva il Risijok scorrere sinuoso tra gli alberi.
­ Ci resta un'ultima lunga salita ­ disse Sacha ­ ma sono sicuro che la vista dal Passo vi piacerà.
Il gruppo si era sgranato lungo il pendio. Ciascuno proseguiva la marcia secondo il ritmo che gli era congegnale. Davanti i più allenati e poi via via tutti gli altri fino a quelli più a corto di fiato.
Superato un dosso e scomparsa alla vista la vallata sottostante, attorno a noi restavano solo monti privi di alberi e arbusti. Nei punti meno esposti ai raggi del sole, biancheggiava la neve. Più su anche i licheni diventarono radi lasciando scoperta la nuda roccia grigia. Verso il termine della salita davanti a noi si aprì una stretta gola dalle ripide pareti. Il fondo era ricoperto di nevi perenni. Prima di imboccare la gola sostammo a riposare aspettando di veder comparire da dietro il dosso le ultime due compagne ritardatarie. L'attesa si stava facendo lunga e cominciavo ad essere un po' inquieto quando finalmente comparvero le loro sagome. Facevano cenni e capii che c'era qualche problema. Ridiscesi rapidamente verso di loro. Cristina era in difficoltà.
­ Non ce la faccio più. Io vi aspetto, lasciatemi qui.
Il cielo, sino a quel momento limpido, cominciava ad essere percorso da neri nuvoloni minacciosi che il vento sospingeva veloci.
­ Coraggio ­ cercai di rincuorarla ­ ancora un piccolo sforzo. Raggiungiamo gli altri. Lassù ci si può riparare meglio nel caso dovesse cominciare a piovere e se proprio non te la senti di continuare potrai aspettarci là.
Raggiungemmo i compagni. Cristina accusava lo sforzo della salita e seppur dopo alcuni minuti di riposo già mostrasse la grinta che le era propria, decise di non proseguire la marcia e di aspettarci lì al riparo.
Le rocce della gola erano scure e ricche di minerale ferroso. Sulle ripide pareti si aprivano imboccature di grotte e caverne. La marcia nella neve procedette spedita e finalmente raggiungemmo il passo. Come ci aveva promesso Sacha da lassù la vista era superba. Lo sguardo spaziava verso est: ai nostri piedi degradavano verso la pianura le pendici dei monti Hibiny, i più alti della penisola di Kola; più avanti la taiga si stendeva sino a lambire le azzurre acque del lago Himbosero. Quelle erano le estreme terre settentrionali del continente europeo, ricoperte da taiga e laghi. La natura era incontaminata e la presenza umana del tutto sporadica.
Scattata qualche foto di rito, tornammo rapidamente all'imboccatura della gola dove Cristina, ormai perfettamente ristabilita, ci aspettava impaziente e già pentita di non averci seguito. Era effettivamente un peccato aver perso quello spettacolo. Così, mentre i nostri compagni facevano uno spuntino, mi offrii di ritornare con lei sino al passo. Di nuovo percorremmo la gola innevata. Arrivati al passo, una breve sosta, una foto e via.
­ E quello cos'e'?
­ Un coltello!
­ L'ha perso qualcuno dei nostri?
­ Mha, non direi. E' troppo rozzo e vecchio per essere roba nostra.
La foggia artigianale del coltello ricordava nel manico la testa di un uccello. Sembrava vecchio se non antico. Probabilmente qualcuno l'aveva perso molto tempo fa' e per chissà quanto tempo era rimasto sepolto nella neve e nel ghiaccio.
Mentre tornavamo dai nostri compagni continuavo a pensare al coltello e a chi potesse averlo perduto. Un sottile filo invisibile mi legava a quell'uomo. Come noi, anche lui aveva percorso quel sentiero appena abbozzato verso uno sperduto passo montano, lassù nelle terre disabitate del grande nord. Mi chiedevo cosa lo avesse spinto sin là, chi fosse, quale la sua vita, i suoi affetti, la sua storia. Le nostre erano vicende umane diverse, diversi i Paesi d'origine, forse anche le epoche vissute. Nulla avevamo o avevamo avuto in comune, eccetto quel vecchio coltello rugginoso: un piccolo insignificante frammento della sua vita che era arrivato sino a me. Sentivo uno strano legame con quello sconosciuto perché per un attimo, seppur in momenti diversi, le nostre strade si erano sovrapposte. Tra i monti innevati della Penisola di Kola, un piccolo oggetto senza valore si era trasformato in un simbolo, una sintesi di tutti gli innumerevoli e sconosciuti abitanti della Terra che nel corso delle ere sono stati, come me, ospiti provvisori di questo nostro pianeta alla deriva nell'universo. Presenze lontane che si influenzano l'un l'altra in modo imprevedibile e misterioso.
Disse un grande scienziato del Cinquecento: "Non si può cogliere un fiore senza turbare una stella."


L'ISOLA DEL SACRO VESSILLO
La mattina era grigia e dal cielo cadeva una pioggerella triste e sottile. Il capitano Gheorghi si era svegliato di buon'ora e, sbarcato dal Savvatii, con passo rapido si allontano' dal molo. Aveva una promessa da mantenere.

La notte prima eravamo andati a dormire molto tardi e sul tavolo del quadrato di prua avevamo lasciato numerose bottiglie vuote. Quando a notte fonda i miei compagni di viaggio si erano ritirati a dormire sottocoperta, Gheorghi, il suo secondo Piotr ed io, ci trattenemmo ancora a lungo a chiacchierare in quel modo strano fatto di un miscuglio di inglese, tedesco, russo e italiano. Da principio l'argomento fu il Mar Bianco su cui stavamo navigando e le isole dell'arcipelago, poi parlammo della vita dei marinai, di donne, di soldi e di lavoro e i discorsi si fecero più personali. Scoprimmo di avere molte cose in comune. Cominciammo a parlare di noi, della nostra vita, di mogli, figli e famiglie lontane che non vedevamo da troppo tempo: in Ucraina quella di Gheorghi, in Bielorussia quella di Piotr, in Italia la mia. La vodka e il tannico vino moldavo venivano di continuo versati nei bicchieri che rapidamente si vuotavano. I discorsi presero una piega nostalgica e l'alcool contribuiva ad immalinconirci. Gheorghi prese la chitarra e iniziò a strimpellare; insieme cantammo: lui e Piotr tristissime canzoni russe, io le più struggenti canzoni italiane che la mia mente annebbiata dal vino riuscisse ancora a ricordare. Ci eravamo conosciuti solo quel mattino, ma sembrava fossimo amici da sempre. Fu così, grazie a quell'atmosfera, che vuotato l'ultimo bicchiere Gheorghi promise di accompagnare me e i miei compagni all'isola del Sacro Vessillo.
L'isola Bolscioia Zaiza era interdetta agli stranieri, ma Gheorghi contava amici influenti presso le autorità di Kremlin, il capoluogo dell'arcipelago delle Solovetskie, ed era certo di riuscire ad ottenere per noi un'autorizzazione speciale.

Un'ora dopo averlo visto allontanare dal Savvatii, ricomparve sul molo, cupo come il cielo di quella mattinata piovosa. Capii che il suo tentativo era fallito.
- Ci andremo anche senza permesso ­ disse brusco e deciso appena salito a bordo e subito diede l'ordine di approntare il battello per la partenza.
Mezz'ora più tardi eravamo in navigazione con la prua puntata in direzione opposta all'isola che intendevamo raggiungere, ma solo per ingannare eventuali osservatori inopportuni. Appena fuori vista, il Savvatii cambiò rotta dirigendo sull'isola "proibita".
Il vento aveva preso a soffiare più forte, il mare mugghiava e le onde frustate da raffiche improvvise spumeggiavano, quasi a voler sottolineare con il colore bianco della spuma il nome di quel mare. La prua del battello si tuffava nelle valli che si aprivano tra un'onda e l'altra per poi sollevarsi a mezz'aria. La chiglia schiaffeggiata dai marosi si inclinava rollando a dritta e a sinistra. Nel cielo nuvoloni grigi e pastosi si rincorrevano grevi di pioggia.
Infilandosi sottovento tra due isolette il battello trovò un braccio di mare protetto. Doppiammo un promontorio e sulla riva dell'isola maggiore comparve un pontile e a poca distanza una chiesetta di legno scuro e un'isba, da cui s'alzava un filo di fumo grigio che il vento subito afferrava e disperdeva nell'aria.
Piccola e compatta la chiesa aveva un aspetto solido e impavido, fatta per sfidare il vento e la neve che d'inverno imperversano su quelle isole appena poco più a sud del Circolo Polare. Il profilo tozzo era ingentilito dal basso campanile che sorgeva direttamente dal corpo dell'edificio la cui sagoma si stagliava contro il cielo scuro e il mare burrascoso.
Quella non era una chiesa qualunque. Molti anni prima, nel XVIII° secolo, era stato lo zar Pietro I° il Grande in persona a volerne la costruzione con lo scopo di far consacrare in quel luogo, al centro del Mar Bianco, il vessillo delle forze armate di mare zariste. Con quella cerimonia nacque la marina dell'Impero russo. Ancor oggi il luogo e' considerato sacro e l'isba e la chiesa sono i soli segni della presenza umana in un paesaggio austero e solitario.
Il rumore del battello aveva attirato l'attenzione degli unici abitanti dell'isola. Come dal nulla sul molo sferzato dal vento si erano materializzati un vecchio cane e il suo padrone. Il maltempo rendeva difficili le manovre di attracco e si dovette ripeterle più volte prima di eseguirle con successo. Finalmente, assicurate le gomene al pontile, Gheorghi poté scendere a terra.
Il solitario guardiano dell'isola era una sua vecchia conoscenza e si salutarono con calore mentre il cane, sollevando il muso verso di noi, odorava nell'aria. Gheorghi ed il guardiano parlarono gesticolando: il capitano indicava noi, il battello, la chiesa. Il guardiano ascoltava e scrollava il capo in segno di diniego. "Niet", si poteva leggere sulle sue labbra, anche se il suono della voce era soffocato dal vento e non giungeva sul battello sino a noi.
Da un paio di giorni incrociavamo nel mare delle Solovetskie e sull'isola Solovkie, la più grande dell'arcipelago, già avevamo visitato il grandioso complesso monastico che la rende celebre. Allo sbarco sulla Bolscioia Zaiza tenevamo pero' in modo particolare. Era un luogo sacro e normalmente inavvicinabile per gli stranieri. Gheorghi sosteneva che nessun italiano vi avesse mai messo piede prima. Sul pontile la discussione si protraeva. Il guardiano sembrava ora meno categorico. Raffiche improvvise scompigliavano il pelo folto del cane e i capelli degli uomini. Poi Gheorghi tornò a bordo e prendendomi sottobraccio mi trasse in disparte.
-Ho detto ad Andrej il guardiano, che siete un gruppo di marinai italiani ­ mi sussurrò.
La piccola menzogna serviva, nelle sue intenzioni, a creare una sorta di legame tra noi, quel luogo ed il guardiano stesso. Andrej avrebbe potuto avere fastidi lasciandoci sbarcare, per questo tentennava. L'idea di spacciarci per marinai però stimolava la solidarietà tra uomini di mare, e in fondo era evidente che anche lo stesso Andrej era orgoglioso e onorato del fatto che venissimo da tanto lontano per visitare quella chiesa sperduta. Così si trovò un compromesso.
-Allora siamo intesi ­ concluse Gheorghi ­ solo mezz'ora, poi tutti a bordo e si riparte!
La chiesetta era spoglia. Al suo interno, al riparo dal vento gelido e dal rollio della nave, c'era pace e silenzio. In un angolo davanti all'immagine del Cristo tremolavano fioche le fiammelle di alcune candele. Sulla destra, in un vasetto di vetro grossolano, un mazzolino di fiori finiva di appassire e a sinistra un messale dai fregi dorati poggiava sul leggio. Anche i pochi membri dell'equipaggio del Savvatii erano scesi a terra per visitare la chiesetta e sostare qualche attimo in raccoglimento. Gheorghi, uomo dai modi sbrigativi e autoritari, sembrava un altro mentre con devozione sistemava meglio un fiore fuori posto e accendeva una candela votiva. L'angolo buio si rischiarò un po' di più. Fuori il vento soffiava furioso.
Mi piaceva stare lì nel silenzio e al riparo, protetto dalle mura di tronchi antichi e venerabili. Avrei voluto trattenermi più a lungo, ma la sirena del battello già lanciava il suo sgraziato muggito richiamandoci a bordo.
Il mare schiumoso e l'ululare del vento ci aspettavano; il nostro viaggio doveva continuare.


di Mario Rossi

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