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Bed & Breakfast Fiera Milano
Bigatt B&B, la miglior sistemazione nei pressi della fiera di Milano-Rho
Il Traveller
Franco Pizzi



“Alzati, vieni, affrettati: lasciamo la città ai mercanti, agli avvocati,
ai prosseneti, agli usurai....agli imbroglioni, agli incantatori, agli adulteri,
ai parassiti, ai fannulloni...Lasciali fare: non appartengono alla nostra razza.
Lascia che i ricchi contino i loro denari servendosi in questo dell’aiuto
della matematica. Invero,le ricchezze che vorrebbero eterne se ne andranno.
Tutto ciò che li rende oggetto di ammirazione al volgo, svanirà in un momento.
Vivono sotto il dominio della fortuna: quand’anche questa li avrà risparmiati,
non li risparmierà la morte”
Francesco Petrarca, De vita solitaria.

E fu così che dopo la fine dei miei studi, negli anni settanta, deluso dal 68 ma sperando di “trovare”, presi l’Orient Express diretto a Istanbul, e poi il pulman locale per il confine con l’Iran. La frontiera era qualcosa di selvaggio; dalla casupola della polizia si vedeva il monte Ararat e alle volte echeggiavano degli spari.
“Cosa succede?” era la domanda.
“Nulla, perchè?” la risposta.
Poi si proseguiva per Tabriz, prima città iraniana, e da qui, sempre in pulman, per Teheran. Finalmente la prima sosta! Si mangiava bene, e per pochi soldi si dormiva in un buon albergo. Quello era l’Iran dello Scia. In seguito il treno ci portava a Mashad, città sacra all’Islam e ultima città prima dell’Afganistan. Una città poco sicura. Ricordo che mentre si passeggiava per le strade piovvero pietre su Kristin [perchè tutto il racconto è pluralizzato; ero con mia moglie]. Per nessuna ragione: nè scompostezza negli abiti nè negli atteggiamenti; così. Richiedemmo il visto per l’Afganistan, ad un funzionario pigro, in un edificio squallido. Il giorno dopo dovevamo passare un pezzo di “terra di nessuno” Ci aspettava un pulmino afgano, e dopo aver contrattato il prezzo si partiva nel deserto. La distanza veniva coperta in un ora. Se tutto filava liscio. Ma non filava. A metà strada il pulmino si fermava e il signore, un alto e sorridente afgano, ci chiedeva un “supplemento”; se non si accettava, si scendeva.
Finalmente... Herat! Un piccolo villaggio da mille e una notte. La prima volta che vi arrivammo era una notte di luna piena; la strada era una pista sabbiosa, e alla stazione degli autobus salimmo su una specie di carrettino siciliano trainato da un cavallo, nel buio della notte allettata dal tintinnio dei campanellini, per andare in cerca di una guest house.
Allora l’Afganistan era l’Afganistan. Gente bella sotto tutti gli aspetti ci riceveva sorridente nelle guesthouse con giardino. Si passava la serata a fumare nel giardino, roba regalata dal gestore. Durante il giorno, senza pericoli, si poteva andare nelle fattorie e sedere insieme con la famiglia, a godersi il fresco regalato dagli alberi di gelso; non si parlava, non ci si capiva, ma era bello. Con un altro pulman locale si proseguiva verso Kandahar, poi a Kabul. L’ultima volta che passammo per questo magnifico paese, i russi stavano buttando le basi per regalarci l’Afganistan odierno; avevano imposto il coprifuoco!
E poi ci si trovava sul mitico Khyber Pass, dove lungo la strada cartelli avvertivano che “le autorità governative non rispondevano dell’incolumità dei turisti se si allontanavano oltre 300 m dal ciglio della strada”.
Si passava il Pakistan velocemente, per arrivare al più presto a Lahore e da qui, a piedi, si attraversava l'ultimo pezzo di strada che ci separava dall'India. Era buffo osservare come avveniva il trasporto delle merci tra Pakistan e India: siccome i camion e gli altri automezzi non potevano oltrepassare le rispettive frontiere, una fila di omini in divisa blu, con la merce in testa, arrivava fino ad un certo punto, dove poi passava il prezioso carico ad un’altra fila di omini in divisa rossa.
E poi finalmente arrivammo! L’ufficio di polizia indiano si trovava nel deserto, a pochi km da Amritsar. Quando entrammo chiesi dov'era il bagno e il poliziotto mi indicò una porta. Entrai; ma fuori c’era il deserto. Tornai e chiesi. Lui venne con me e disse “You can use all the desert as your toilet!”. Ma le sorprese non finivano qui. Notai che le pratiche di immigrazione seguivano un ritmo molto lento, e che ogni tanto uno degli impiegati passava gli occhiali all’altro, e poi interrompeva il suo lavoro. Vedendomi perplesso, uno di loro mi disse, sorridente e gentile: “Oggi ho dimenticato gli occhiali a casa, e siccome abbiamo le stesse diotrie, io e il collega ce li scambiamo . Sorry”. Che dire! Era già l’India.

Per molti anni girai tutta l’India, da Nord a Sud, alla mitica Goa dove si passava il tempo a fumare sulla spiaggia o sulla veranda di casa, e dove ogni notte di luna piena si celebrava con una festa sulla spiaggia. Ma non era quello che cercavo. Dentro di me, da sempre, desideravo la conoscenza spirituale, fosse essa da trovare nell’induismo oppure nel buddhismo. Così, una serie di circostanze, mi portò nel Nord a Dehradun, in un villaggio di tibetani in esilio. Conobbi un lama tibetano che mi consigliò di andare a Bir. Ci andai e incontrai colui che di seguito divenne il mio Maestro, Salji Rimpoce. Il monastero dove viveva si trovava nella foresta; un luogo molto selvaggio, primitivo. Li ci stabilimmo. Eravamo una comunità di una ventina di occidentali, tutti reduci dalle stesse avventure. Con poco rispetto verso i monaci, passavamo le serate nella foresta a suonare, a mangiare e a fumare. Ma presto fummo richiamati all’ordine e incominciammo seriamente a studiare e praticare. A quell’epoca Kristin e io vivevamo in una piccola casetta nella giungla, poco distante dal monastero. Il tempo era scandito dagli insegnamenti del nostro adorabile, vecchio e saggio maestro, e dalle pratiche di meditazione fatte in ritiro nella casetta priva di elettricità e servizi igienici. Un problema quando c’erano i monsoni! Studiavamo il tibetano con un amico monaco, Karma Dorje, e incominciammo a tradurre i “Centomila canti di Milarepa”, ora pubblicati dalla casa editrice Adelphi. Le avventure in questo posto così lontano dalla civiltà furono tante. Me ne ricordo una in particolare; avete voglia di leggerla?

Un giorno arrivò al monastero una ragazza svizzera italiana, incinta. Le dissi: “Se hai bisogno, vivo laggiù; chiamami.” E, dopo pochi giorni, chiamò. Aveva avuto le doglie, stava per partorire e aveva bisogno di qualcuno che l’accompagnasse al più vicino “ospedale”. Quattro ore di distanza! Francamente ero spiazzato; assistere una partoriente non mi capitava tutti i giorni! Dopo aver chiesto in prestito la jeep al monastero, stavamo per partire quando mi si avvicinò Nyima, un amico tibetano che aveva assistito sua moglie in numerosi parti, appena fuori dal monastero -partorire nel monastero è considerato impuro!- Mi diede un lametta, che io guardai con sospetto, e mi disse: “Serve per tagliare il cordone ombelicale in caso non arrivaste all’ospedale in tempo.” Mi vennero i sudori e concepii l’idea di farmi accompagnare da sua moglie. Lui accettò; io sospirai di sollievo! Infatti dopo pochi km, ancora nella foresta, la ragazza mi disse : “sto partorendo”. Tradussi in tibetano alla signora. La macchina si fermò nel bosco, vicino ad un ruscello costeggiato da un piccolo sentiero. Il monaco-autista sparì e io rimasi con la tibetana e la ragazza. Incominciò il loro lavoro. Io mi limitai a guardare e mi chiesi come ero finito in una situazione del genere! La signora tibetana mi disse : “Dille di spingere”.
“Spingi”, dissi.
“Dille di spingere piu forte”.
“Spingi più forte”.
Infine mi ritrovai, su una roccia in mezzo al ruscello, con la piccola in braccio . Avevo paura di tenerla perchè temevo che mi scivolasse, e mentre la tibetana aiutava la ragazza a lavarsi, io chiesi preoccupato: “Ma cosa devo fare?” La signora mi rispose con noncuranza:“Tienila, no?” Da notare che mentre accadeva tutto questo di tanto in tanto qualcuno passava sul sentiero, ma tirava avanti con la massima noncuranza. In India sono abituati ai parti! Poi partimmo e ci dirigemmo verso la casa di un amico medico americano. La moglie lavò la bambina, il medico visitò la giovane mamma, io fumai. L’accompagnai a Dharamsala e non la rividi più.

Siccome dovevo mantenermi, in quel periodo iniziai ad organizzare viaggi sfruttando la mia conoscenza dei luoghi. Con l’aiuto di un amico in Italia si facevano piccoli gruppi in India, in Himachal Pradesh e in Ladakh. Passavo il periodo dei monsoni in Ladakh, dove vissi per lunghi periodi e conobbi a fondo la regione, la cultura, e anche un pò la lingua, abbastanza simile al tibetano che già conoscevo.
Poi alcuni tour operator italiani e francesi mi offrirono di lavorare per loro come accompagnatore di viaggi organizzati. Cominciai a viaggiare in Tibet, in Bhutan, in Nepal, e in tutta l’India, perlustrai regioni affascinanti perchè non ancora destinazioni di turismo di massa come l’Arunachal Pradesh, e feci trekking di ogni grado di difficoltà in Ladakh.

Passarono gli anni. Assistii alla cremazione del mio maestro e in seguito, alla ricerca di un pò di comodità, ci trasferimmo a Dharamsala, dove risiede S.S il Dalai Lama.
Ora vivo in questa piccola città all’ombra della catena del Dhauladar, 4500 m. Continuo le mie traduzioni, i miei studi e le mie ricerche sul buddhismo tibetano e la cultura di questo popolo. Il viaggiatore-viandante, quello delle prime pagine, si è fermato. Ma viaggio ancora: mi sono specializzato nell’organizzazione e l'accompagnamento di viaggi particolari. Alle volte viaggio fisicamente, insieme con i miei clienti; alle volte li seguo con il telefono, per essere sicuro che tutto proceda bene. E nel mio sito www.viaggiinasia.com. metto a disposizione l’esperienza acquisita sul campo per coloro che vogliono visitare qualche parte di questa mia Asia. Considero che sia compito di ogni viaggiatore trasmettere a chi lo seguirà conoscenze, informazioni, e avventure positive o negative, se mai esiste il positivo e il negativo per un vagabondo!
Lo spazio messo cosi gentilmente e disinteressatamente a dispozione da “ETS” non è sufficiente per raccontarvi tutto, e dopo un po verrei a noia. Quindi ci lasciamo, ma spero che qualcosa sono riuscito a dirvi. Ciao
Franco Pizzi
Dharamsala 26/05/04




Sul ponte in Arunachal


In inverno in Ladakh

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