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ISOLA DI NAVARINO – REGIONE ANTARTICA CILENA

IL MONDO AI CONFINI DEL MONDO
Di Mario Rossi

L’ultima Yaghan
Cristina Calderon Harban ha 70 anni e vive in una casetta alla periferia di Puerto Williams sull’isola di Navarino. All’estremo sud del mondo. Da quando, lo scorso anno, sua sorella è morta, Cristina è rimasta l’ultima Yaghan.
Gli Yaghanes (ma loro usavano chiamare se stessi Yàmanas), hanno abitato per oltre 7.000 anni le estreme latitudini meridionali della Terra, navigando incessantemente con le loro canoe di corteccia tra le isole degli arcipelaghi a sud della Tierra del Fuego, dal Canale di Brecknock ad ovest sino al Capo Horn al sud, ed in particolare lungo le coste delle isole di Navarino e Hoste lungo il Canale Beagle. Si tratta di un ambiente ostile e scarso di risorse, ma, da quel poco che la natura poteva offrire loro, gli Yaghanes sapevano trarre quanto era loro necessario. Con pelli e grasso animale si difendevano dal clima rigido. Coi giunchi e le giunchiglie che crescono nella zone umide della regione realizzavano tessuti, e cesterie. Con la corteccia degli alberi di lenga o di guindo e intrecciando fibre vegetali costruivano particolari canoe che chiamavano anan. Erano gli uomini a costruirle, ma erano le donne, accovacciate a poppa, a pilotarle in quei mari burrascosi. Sulle imbarcazioni, al cui centro su piccole piattaforme di pietre e argilla ardeva sempre il fuoco, trascorrevano la maggior parte del tempo, pescando e cacciando leoni marini, pinguini e balene. Solo al calar della notte le donne yaghanas facevano rotta verso terra. Una volta sbarcati i familiari, conducevano la canoa al largo ancorandola a ciuffi di alghe, poi tornavano a riva a nuoto. Raramente gli Yaghanes si inoltravano all’interno della terraferma. Il cibo procurato con la pesca e la caccia era integrato dalla raccolta di molluschi e crostacei e da quella di radici e del cosiddetto “pan de indio”- un fungo parassita del faggio australe - di scarso sapore e di valore nutritivo nullo. L’abbigliamento era rappresentato da semplici pelli di foca con le quali si ricoprivano interamente, ma i piedi erano solitamente scalzi o al più avvolti in pelli di otaria; per meglio ripararsi dal freddo e dall’umidità, usavano spalmare il corpo con grasso di foca. I capelli erano tenuti sciolti, talvolta adornati con diademi di piume. Bracciali di conchiglie, fasci di fibra intrecciata sulle gambe e pitture corporali completavano le acconciature. Gli Yaghanes avevano una struttura fisica tozza e sproporzionata, con gambe corte e braccia lunghe, statura bassa - circa un metro e mezzo - e difficoltà deambulatorie. Questo loro aspetto contribuì a farli percepire dagli esploratori occidentali, e poi dai colonizzatori, come rozzi, goffi e di aspetto sgradevole, tanto che Darwin li definì come “gli uomini più degradati del mondo”. Consideravano l’omicidio una colpa gravissima ed il furto comportava l’espulsione dalla comunità, mentre ospitalità e generosità erano valori di grande importanza. La loro vita, dura ma sostanzialmente pacifica, venne sconvolta dall’arrivo dei bianchi il contatto con i quali, nel giro di alcuni decenni, lì portò sulla via di quell’’inarrestabile declino che li ha ormai condotti all’ineluttabile estinzione.
Julio, figlio di Cristina, è un meticcio dai modi mansueti e misurati. Mi accompagna nella visita di una kippa akar, cioè una “casa delle donne”, trasformata in esposizione della cultura yaghan. Oltre a rifacimenti di cesti tradizionali e di una canoa anan, Julio mi mostra punte di freccia ed arpioni in osso. Si tratta di utensili che ancor oggi si possono trovare nei numerosi cumuli di conchiglie sparsi sull’isola. Questi cumuli sono formati dai gusci dei molluschi di cui gli indios si cibavano e che venivano gettati fuori dalla capanna, davanti all’ingresso. Col passare del tempo le conchiglie si accumulavano sino a creare vere e proprie barriere, le quali, se pur contribuivano a riparare l’interno della capanna dal forte vento che spesso affligge la regione, ne rendevano sempre più difficoltoso l’accesso. Quando i cumuli diventavano troppo alti, semplicemente si spostavano le conchiglie sul retro e quando i cumuli soffocavano la capanna di frasche, la si spostava altrove.
Recentemente i cumuli di conchiglie sono stati dichiarati dallo Stato cileno, monumenti nazionali e non possono più essere toccati, cosicché rappresentano oggi le sole vestigia di quella cultura millenaria spazzata via nel volgere di poche generazioni dall’arrivo dei colonizzatori bianchi.

“…qui finiscono le strade e il mondo”
Affacciato sul Canale Beagle, sulla sponda settentrionale dell’isola di Navarino, Puerto Williams è il villaggio più a sud del pianeta. Sull’altra sponda del canale, alcuni chilometri più a nord, c’è l’Isla Grande de la Tierra del Fuego con la cittadina argentina di Ushuaia, quella che, erroneamente, quasi tutte le guide turistiche indicano come il centro abitato permanente più meridionale del mondo. A Puerto Williams, che è territorio cileno, vivono poco più di 2.500 persone. La loro economia fa perno sulla flotta atlantica della marina militare cilena che qui ha la sua base e sulla pesca della centolla e del centollòn. La centolla o granchio reale, è un crostaceo vermiglio di grosse dimensioni caratteristico del canale Beagle dove viene pescato con grandi nasse tronco-coniche che si vedono allineate in grandi cataste lungo le rive del porticciolo. Il centollòn, che ha dimensioni più piccole, ha invece un colore più chiaro e le sue carni sono considerate di qualità inferiore rispetto alla centolla..
Stretto tra la cordillera che si innalza alle sue spalle ed il Canale Bearle, questo villaggio alla fin del mundo dispone di una chiesa, l’ufficio postale, la scuola, un piccolo ospedale, il museo, il cinema, due o tre locali pubblici ed alcuni alloggi per i rari turisti che si spingono sin qui. Il porticciolo e l’aeroporto garantiscono collegamenti non frequenti con Punta Arenas. La nave che fa servizio di linea tra le due località impiega alcuni giorni per compiere il tragitto la cui durata è variabile in funzione delle condizioni del mare. Ushuaia invece è assai più prossima: solo le poche miglia per attraversare il Canale Beagle la separano da Puerto Williams, tuttavia la sua appartenenza all’Argentina complica le cose, al punto che non esistono collegamenti pubblici regolari tra le due località. All’ingresso del villaggio un cartello dà pomposamente il benvenuto alla capitale della Regione Antartica Cilena. Sull’isola di Navarino vi è solo un altro piccolissimo insediamento. Si tratta di Puerto Toro, una mezza manciata di casette affacciate lungo la costa dove vivono non più di una dozzina di persone. Il resto dell’isola è coperto da ghiacci, rocce e scarna vegetazione.
Jiulio Morales che ci accompagna nella visita del luogo è originario di Santiago ed a Puerto Williams ci arrivò diversi anni fa’. Gli chiedo cosa lo abbia spinto a trasferirsi qui e cosa lo trattenga in questo luogo ai confini del mondo. “Qui la vita è tranquilla” dice “non c’è delinquenza, non c’è droga, non c’è traffico e le notizie che arrivano dal resto del mondo- quando arrivano – sono stemperate dalla lontananza. Qui nessuno ha mai fretta e non esiste stress. Tra di noi nessuno è particolarmente ricco, così come nessuno è veramente povero; abbiamo quanto ci occorre e la vita scorre serena, senza soprassalti. Ci conosciamo tutti e se qualcuno ha bisogno, c’è sempre chi dà una mano. Mi piace vivere qui”
Di questi tempi è quasi come vivere in un piccolo paradiso!
Tra i venti e i ghiacciai ai confini del mondo.

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