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Mongolia
I CAVALIERI DELLA STEPPA
di Mario Rossi



In sella a piccoli cavalli galoppano nel vento su praterie vaste come oceani. Compaiono dal nulla, attraversano il vuoto della steppa e nel nulla scompaiono. Sono i cavalieri mongoli, i pronipoti di Gengis Khan. Settecento anni fa' le orde dei loro antenati terrorizzarono l'Asia e l'Europa dal Pacifico all'Adriatico, seminando morte e distruzione, incendiando città e devastando intere nazioni.

Abbandonate le scorribande delle orde gengiscanidi, i mongoli hanno conservato la tradizione nomade, spostandosi con i propri armenti da una parte all'altra delle sterminate steppe dell'Asia centrale.

Le bianche gher, le tradizionali tende mongole, punteggiano il verde delle praterie del nord o i più aridi altipiani del sud e solitari cavalieri si vedono galoppare all'orizzonte tra mandrie di pecore, di vacche o di yak.

Sul finire dell'estate dai pascoli estivi lungo le rive dei fiumi o dei laghi, gli accampamenti vengono trasferiti alle pendici meridionali delle montagne, più protette dai gelidi venti del nord.
Le gher vengono allora smontate e trasportate a dorso di cammello o su carri trainati da yak e non è raro imbattersi in carovane in movimento.

Ricordo un incontro nella valle del fiume Orchon, di ritorno dalle belle cascate Ulaan Tsutgalaan. Il convoglio era composto da una mezza dozzina di carri dalle pesanti ed arcaiche ruote piene. Gli yak faticavano nella mota, mentre alcuni cavalieri nei tradizionali costumi li incitavano con grida secche. Poco più in là un gruppo di nomadi terminava di smontare una gher. Da una scura nuvolaglia all'orizzonte balenavano i lampi di un imminente temporale, tingendo la scena di colori irreali. Scene del tutto simili si sarebbero potute vedere nella steppa in una qualunque giornata di fine estate di cinquecento anni fa'.

Le suggestioni del passato si rinnovano continuamente in Mongolia. Durante i naadam, per esempio.
I naadam sono momenti di grande festa popolare dedicati agli sport tradizionali.

Il principale di questi eventi, il naadam nazionale, si tiene ad Ulaan Baatar nel mese di luglio, ma altri minori, e forse più genuini, si svolgono durante l'estate un po' in tutto il Paese. A quello della provincia di Delgher nella regione del Gov' Altai, partecipammo anche noi, unici stranieri, come spettatori privilegiati.

Tre sono le gare del naadam: la lotta mongola, il tiro con l'arco e la grande cavalcata di 30 chilometri riservata ai bambini dai 5 ai 12 anni.
La gente accorre da tutta la regione circostante, chi a bordo di autocarri sgangherati, chi a cavallo, altri in sella a robuste motociclette in un'atmosfera di grande festa popolare.

L'arrivo della corsa dei cavalli è il momento culminante e viene accolto in un clima di grande eccitazione. Al termine della gara, al momento della premiazione, i proprietari dei destrieri vincitori intonano canti e brindano col kumis, una bevanda ottenuta con il latte di giovenca fermentato, versandone alcune gocce sul dorso e sulla criniera dei loro campioni. Nessuno però applaude, perchè tale forma di manifestazione esteriore non appartiene alla cultura di questo popolo.

La lotta mongola comporta molti formalismi. I lottatori indossano shudag e zodog, corti calzoncini i primi ed una sorta di pettorina la seconda. I contendenti tentano di afferrarsi per la cintola cercando di rovesciarsi. Vince chi riesce a far toccare il suolo all'avversario con qualsiasi parte del corpo. Sconfitto l'avversario, il vincitore si esibisce nella danza dell'aquila, girando in circolo muovendo le braccia come fossero ali e sollevando i piedi come farebbe l'uccello.

Nella gara dell'arco gli arcieri mirano ad un bersaglio posto a 60/70 metri di distanza e i giudici, durante il tiro e il volo della freccia, recitano ad alta voce frasi propiziatorie.
Al termine della giornata, quando il sole è ormai vicino al tramonto, gli uomini montano in sella e si lanciano in uno spettacolare carosello attorno al campo di gara, dove ancora indugia la folla. Gli ultimi raggi infuocati magicamente trasformano la polvere sollevata dagli zoccoli in pulviscolo dorato.

Quando scendono le tenebre e si accendono i fuochi, nella steppa è l'ora dei canti. Stretti attorno al fuoco, dopo le gare di un naadam o sulle rive del fiume Zavhan, ai piedi di una collina o tra le dune sabbiose presso il lago Ereen, la gente delle gher canta struggenti canzoni che evocano gli spazi infiniti delle valli e degli altipiani mongoli o il solitario galoppo di un cavaliere nella steppa. Sorprendenti e unici sono i canti difonici come il khuumii, tipico delle regioni occidentali. E' una canto dalla tecnica vocale particolarissima che permette ad un solo cantante di far udire simultaneamente due suoni, uno grave ed uno più alto che si evolve sulle armoniche del bordone. Il suono del moriin khuur, uno strumento musicale a due corde in crine di cavallo, accompagna le voci. L'estremità dello strumento ha la forma di testa di cavallo e la sua origine è legata ad una antica leggenda. Una donna gelosa dell'amore che un cavaliere provava per il suo destriero, uccise l'animale. Il cavaliere, in lacrime sul cavallo morto, accarezzò con così tanta tenerezza il suo destriero che i crini del cavallo diventarono sonori. E il pianto dell'uomo si trasformò in canto. Per questo l'uso del morin khuur è riservato agli uomini.

La regione degli Hangay è il cuore montagnoso della Mongolia, qui, come del resto nella maggior parte del Paese, le strade come noi le intendiamo semplicemente non esistono e quando anche le precarie piste svaniscono, Piltcher, il nostro autista, guida il fuoristrada direttamente nell'erba bassa della steppa. Da Dalanzadgad, nel deserto del Gobi, a Karakorum, ai margini nordorientali dei monti Hangay, abbiamo percorso oltre 700 chilometri senza mai battere strade asfaltate! Ma non sarà così ancora per molto. Imprese giapponesi stanno lavorando alacremente per realizzare strade moderne. Spostarsi sarà allora più agevole, ma il fascino avventuroso di una corsa nella steppa vergine sarà allora perso per sempre.

Karakorum è un altro luogo mitico legato al nome di Gengis Khan. Dell'antica capitale dell'impero mongolo solo una grande tartaruga di pietra sopravvive quale muto testimone della storia. Furono i cinesi della dinastia Ming a distruggere nel 1380 quella che fu la capitale del più vasto impero mai esistito al mondo. Con i suoi ruderi, nel XVI° secolo, venne edificato sullo stesso luogo il monastero di Erdene Zuu, cinto da possenti mura dalle quali svettano 108 stupa. Quello di Erdene Zuu, assieme al monastero di Gandan nella capitale Ulaan Baatar, a quello di Tsetserleg e pochi altri, è uno dei rari edifici buddisti scampati alle purghe staliniste degli anni Trenta e Quaranta. In quegli anni quasi tutti gli oltre 800 monasteri allora attivi vennero chiusi o distrutti ed oltre 12.000 monaci furono arrestati e scomparvero nei gulag.

Da Karakorum si devono percorrere 370 chilometri per raggiungere un altro luogo di grande fascino. Nei pressi della cittadina di Tariat c'è uno dei laghi più belli della Mongolia: il Terhiin Tsagan. In un ambiente di aspra bellezza, il lago, formatosi a seguito di una immane colata lavica che ostruì un fiume, appare circondato da campi di lava e da una trentina di crateri vulcanici. Dalla vetta del più alto, il vulcano Horgo, la vista spazia sino alle rive opposte del lago ed alle pendici lontane dei monti ricoperte da boschi di larici e cedri siberiani, dove vivono orsi bruni, zibellini, renne e cervi maculati.

Tracce di animali ben più speciali si possono invece incontrare nella remota regione di Bayanzag. Qui, nell'estremo sud del Paese, vicino ai confini cinesi, nel 1920 una spedizione americana rinvenne le prime uova di dinosauro. Da allora le numerose missioni scientifiche che si sono succedute nell'area hanno riservato molte soddisfazioni ai ricercatori. Uno dei ritrovamenti più celebri è quello effettuato da una spedizione polacca negli anni Cinquanta. Imprigionati nella roccia i paleontologi trovarono i resti fossili di un Protoceratops, che difendeva le sue uova, e quelle di un predatore a lui avvinghiato in una lotta mortale: il Velociraptor. Oggi questi resti sono esposti al Museo Nazionale di Ulaan Baatar dove si possono ammirare gli scheletri di altri dinosauri rinvenuti nel Gobi, come quello del feroce Tarbosaurus, dell'Oviraptor o del gigantesco Tyrannosaurus.

Andando a frugare tra le arenarie rosse del deserto i paleontologi hanno svegliato i giganti del passato da un sonno che durava milioni di anni. A sua volta, crollato il regime comunista, la Mongolia si sta aprendo a visitatori e investitori occidentali e, dopo secoli di oblio, sta svegliandosi da un lungo letargo.

Purchè il risveglio non sia troppo dirompente per i cavalieri della steppa.


di Mario Rossi

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